Modena allo Storchi Terzopoulos rilegge “Aspettando Godot” e restituisce Beckett nelle sue autenticità
MODENA È un bello spettacolo “Aspettando Godot” di Samuel Beckett allestito da Theodoros Terzopoulos per ERT, presentato in prima assoluta allo Storchi (fino a questo pomeriggio, pre16) e poi in tournée per circa un mese: molto ben recitato (impeccabili Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Paolo Musio, e i giovani Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola), con scene, luci e costumi - dello stesso regista - di grande impatto e funzionalità, perfetta ambientazione di un’operazione che si pone quale obiettivo la ricerca di un contatto, una comunicazione con l’Altro che vive dentro di noi e l’Altro che, viceversa, è al di fuori di noi, così come accade a Wladimiro ed Estragone nel dramma simbolo del Teatro dell’Assurdo, in cui non accade alcunché e non si va da nessuna parte mentre ci si pongono domande alle quali risulta impossibile dare risposta.
Ricco di rimandi e di citazioni, sia teatrali che iconografiche e letterarie, lo spettacolo è come animasse un polittico di forte sacralità, come certi tableaux tardo medievali, sebbene nel contempo sembri respingere la lettura simbolica che si è sovente associata all’identificazione di Godot in un dio. Quattro pannelli neri muovendosi verticalmente e orizzontalmente creano spazi e visioni giocando sul simbolo della croce, mentre i protagonisti si agitano nell’immobilità cui li costringe il testo beckettiano. In progressione, si generano macabri segnali, tra coltelli e altri oggetti che grondano sangue, con il “ragazzo” messaggero di Godot che strappa e getta via le pagine di quello che si immagina possa essere il copione dello spettacolo, anch’esso insanguinato.
In realtà, la rilettura di Terzopoulos altera alcuni elementi dell’originale beckettiano (l’albero in certa misura coprotagonista della pièce è diventato un bonsai che Lucky si porta via prima della fine, il clima sarcasticamente clownesco dell’originale è sostituito da una sorta di cupa ieraticità) ma non ne modifica il senso fondamentale, anzi, forse alla fine è più coerente con esso di tante reinterpretazioni che nel corso di mezzo secolo abbondante ne sono state realizzate, come è inevitabile che sia per tutto ciò che si trasforma in icona dei propri tempi.
Questo probabilmente resta uno dei meriti maggiori dell’allestimento: restituire Beckett nelle sue autenticità e. potremmo dire, interezza salvaguarda il valore dell’operazione e la giustificherebbe anche laddove potessero adombrarsi segnali di inattualità del lavoro teatrale, non tanto sul piano dei contenuti, la cui universalità attiene alla natura stessa dell’uomo e della vita, quanto su quello delle modalità della comunicazione. Su tanto teatro del Novecento e la sua attualità sul piano dell’efficacia comunicativa probabilmente ci sarebbe tanto da discutere, ma Terzopoulos aggira ogni rischio con il rigore applicato alla creatività del suo allestimento, capace di spiegare Beckett alle nuove generazioni impossibilitate a cogliere nel profondo il contesto nel quale si muoveva l’autore all’epoca della creazione del dramma.l
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