Gazzetta di Modena

La storia

Il mistero della magica notte di Gaiato: quando Maria Callas cantò per i malati

Cristiana Minelli
Il mistero della magica notte di Gaiato: quando Maria Callas cantò per i malati<br>

Da un articolo del 1953 la cronaca di un concerto benefico a “Pineta”

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Nel novero dei gialli padani portati a spasso da scrittori nostrani piuttosto fecondi, se ne aggiunge un altro. Romantico, più che angosciante. Un punto interrogativo che come tutte le vicende in chiaroscuro galleggia, perfettamente a suo agio, fra realtà e leggenda. Non per mano del solito autore noir ma per via di un manipolo di ricercatori, occupati a stanare, come novelli Indiana Jones della lirica, la verità su un’esibizione di Maria Callas. La Divina, che ha calcato le scene di tutto il mondo, dal Teatro alla Scala al Metropolitan Opera House di New York, dalla Civic Opera di Chicago, al Covent Garden di Londra, senza mai (ufficialmente) aver cantato a Modena, potrebbe (incredibilmente) essersi esibita per beneficenza all’ospedale tubercolare di Gaiato di Pavullo nella notte del 9 febbraio 1953. È questo che risulterebbe da una ricerca, di cui dà conto sulla rivista «Il Ducato-Terre Estensi» (diretta da Elena Bianchini Braglia, storica e scrittrice modenese), la studiosa Graziella Martinelli Braglia in un pezzo scritto in collaborazione con Gina Guandalini, affermata musicologa che vive tra Roma e Londra.

Modenese per parte di padre, nipote della storica dell’arte Gabriella Guandalini (per una ventina d’anni direttrice del Museo Civico D’arte di Modena), e cugina di Arrigo Levi, Gina Guandalini è nota per la ricca produzione di monografie e saggi su cinema, musica, teatro e spettacolo, e per aver pubblicato libri, saggi e articoli in tema di lirica e melodramma. In particolare su Callas e Kabaivanska, con la quale, pure, è imparentata.

«Durante le sue ricerche ha scoperto – ci racconta Elena Bianchini Braglia – un appunto scritto a mano da “Titta” Meneghini, allora marito e manager della Callas, che riportava su un foglietto i concerti tenuti dalla Divina a scopo benefico. Nell’elenco anche Modena, con una indicazione: “ospedale tubercolare”». «Nessuna data», si legge nell’articolo, anche se quella «più probabile potrebbe essere il 9 febbraio 1953».

La ricostruzione delle esibizioni e degli impegni della grande cantante lirica collocherebbe infatti Maria Callas a Firenze, impegnata in una «Lucia di Lammermoor» di Donizetti che andò in scena al Teatro Comunale dal 5 all’8 febbraio 1953.

E pare che un gruppo di giovani studenti, forse medici o specializzandi in medicina, o forse giovani pazienti, presenti in quella occasione, l’avrebbero pregata di andare al sanatorio “Pineta” di Gaiato, aperto nel ’33 con 160 posti per donne e un sanatorio minore per uomini, ora ospedale privato accreditato, allora imponente struttura d’avanguardia nella cura delle malattie polmonari.

La testimonianza che avvalorerebbe questa tesi è quella della cognata Pia, sorella di Meneghini, secondo la quale:« A volte [Maria Callas] era docile e generosa. Ricordo che dopo alcune recite di «Lucia di Lammermoor» al Comunale di Firenze le chiesi di interrompere il viaggio di rientro a Verona [dove abitava] per allietare alcuni studenti con un breve concerto a Pavullo, fra l’Abetone e Modena. Mi diede la conferma all’istante. Quante feste, quanti applausi da parte di questo giovane pubblico. «Sono io che ringrazio voi» disse alla fine commossa Maria. Il suo cuore le diceva che aveva fatto una buona azione». Sul fatto non ci sono certezze, né conferme. Potrebbe essersi trattato di un’occasione privata, di cui la stampa non fu messa al corrente, che sarebbe rimasta tale, non fosse stato per un biglietto scritto a mano da Meneghini, che Gina Guandalini ha visto esposto in mostra a Roma.

Di qui l’appello pubblicato sulla rivista «Il Ducato-Terre Estensi» rivolto «a chi possieda testimonianze o documenti, come cronache di giornali locali o programmi di sala, per poter eventualmente aggiungere un ennesimo tassello alla vicenda artistica e umana della Divina ma anche per una migliore definizione della storia novecentesca dell’area pavullese».

Sfocate – eppure ancora affioranti – memorie familiari, passione e intuito di storiche e studiose, fiuto di indubbia raffinatezza che porta fino alle «date ESATTE in cui la Callas fu a Firenze agli inizi del ‘53», sollevano una questione che, esattamente come la protagonista in capo alla quale pende, ancora incanta.

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