Modena. Vittorio Moroni: «Il viaggio di Carmen immersa nell’inferno ma sogna il paradiso»
Il regista racconta «L’invenzione della neve»
“L’invenzione della neve” è la storia di Carmen, donna problematica alla quale una giudice ha tolto l’affidamento della figlia, dato al padre e di fatto alla suocera. Carmen però non si rassegna a vedere la piccola solo ogni 15 giorni e dà fuori di matto. Il racconto è inframmezzato da inserti animati di Gianluigi Toccafondo che ricreano il contenuto delle fiabe raccontate dai genitori alla bambina. Regista del bel film, proiettato alle Giornate degli Autori di Venezia, è Vittorio Moroni, che lo presenta alla sala Truffaut domani in una serata che vede la partecipazione della Fice Emilia Romagna.
Moroni, Il personaggio di Carmen provoca sia empatia sia repulsione, incanta e minaccia…
«Carmen si ispira a un personaggio che ho incontrato nella vita reale. Provoca nello spettatore una sensazione di disagio e respingimento, ma suscita empatia perché gli si riconosce vitalità, voglia di vivere, di superare i traumi. Ho cercato di far sì che lo spettatore dovesse di volta in volta scegliere come porsi di fronte a Carmen. Non volevo giudizi. Tutti i personaggi del film si mettono in comunicazione tra loro a partire dal vissuto, ognuno fa il suo gioco, ha obiettivi spesso in conflitto. L’importante è cogliere e accettare il punto di vista di tutti».
Per questo ha scelto uno stile di regia nervoso con la macchina da presa mossa a mano e incollata ai personaggi?
«Sì, volevo dare l’idea di un pedinamento costante, di uno sforzo dello sguardo per incapsulare i volti dei personaggi. Non dicevo mai agli attori dove mettersi, volevo che anche per loro ci fosse una sorpresa costante. È la sorpresa ad averci guidato: nessuno, me compreso, sapeva mai esattamente ciò che sarebbe accaduto. Si coglie la realtà nel suo accadere come nel documentario».
Nel film ci sono sei blocchi narrativi, in pratica lunghi piani-sequenza.
«Sì, il racconto si snoda in sei momenti narrativi, come feritoie con dei vuoti tra l’una e l’altra in modo che lo spettatore debba sforzarsi di riempire lui questi vuoti. Abbiamo girato dei piani sequenza di 25’-30’senza interruzione ma poi li abbiamo montati uno sull’altro. Non è un esercizio di virtuosismo ma la ricerca di un effetto di osservazione diretta della realtà, di creare le condizioni affinché potesse accadere veramente qualcosa.
C’è nel film una gran presenza di simbologia animale…
«Per mostrare l’orizzonte possibile di felicità di Carmen abbiamo scelto grazie alle sequenze animate un mondo subacqueo di istinto e di magia, popolato di animali misteriosi. Carmen immagina che il giardino sia una giungla. È il suo talismano, un modo di evocare modalità altre di esistenza, un altro linguaggio possibile».
Come è nata la collaborazione con Toccafondo?
«Sapendo che lui ha bisogno di tempo per lavorare l’ho contattato con tre anni di anticipo sulle riprese del film. Ha fatto un lavoro straordinario dando visione e corpo al mondo immaginario e onirico di Carmen, al suo stesso inconscio. Carmen diventa una sirena coi denti aguzzi, fa davvero paura. Di norma l’animazione viene utilizzata nei film come un intermezzo, qui sposta nel suo linguaggio il conflitto che c’è nel film, se la togli, togli qualcosa di essenziale. Inoltre Toccafondo ha anche disegnato la parete che si vede nel film, le scenografie. Nel film l’oggetto del contendere, la bambina, non si vede in pratica mai. Appare per un istante, si sente la sua voce nello smartphone di Carmen. Attraverso la presenza sua e del suo punto di vista nella storia sarebbe stato più facile guadagnare l’affetto dello spettatore, ma ciò avrebbe spostato l’asse del racconto. Mi interessava di più il viaggio all’inferno di questa donna che però sogna ancora il paradiso».
Il film è una produzione indipendente?
«Del tutto. Ho girato in sole tre settimane con pochissimi soldi. Devo ringraziare le Film Commission di Puglia e Sicilia e una banca. È stata comunque un’impresa assai rischiosa. In questi casi o fai una cosa orrenda o una molto riuscita. Un’ultima curiosità: nei titoli di coda ci sono ringraziamenti a Cassavetes, Gena Rowlands e Amy Winehouse… Ho omaggiato Cassavetes e la Rowlands perché il loro cinema libero e onestissimo mi è particolarmente caro. La Winehouse invece è stata fonte di ispirazione per Elena Gigliotti, che ne ha ripreso a tratti look e acconciatura, la sua bellezza disperata».
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