Aldo Cazzullo racconta Francesco, il primo italiano: «Un santo per il nostro tempo»
Il giornalista e scrittore ha dedicato il suo ultimo saggio al profeta che ha fondato l’identità del nostro popolo: «L’ultimo vero rivoluzionario spirituale, capace di ispirare anche oggi»
MODENA. Un uomo, un santo, un mistero. A 800 anni dalla morte la voce di Francesco d’Assisi è ancora prepotentemente viva, la sua rivoluzione presente e il suo sogno (d’amore) resta, forse, la nostra ultima speranza. «Di uomini così, ne nasce uno ogni mille anni. Duemila anni fa, Gesù. Nel millennio precedente, Buddha. Nel millennio successivo abbiamo avuto san Francesco».
L’incipit di «Francesco. Il primo italiano», (pp. 265, € 19, 50, Harper Collins), l’ultimo saggio di Aldo Cazzullo (che in queste settimane sta girando l’Italia per presentarlo, la data più vicina come calendario in provincia di Modena è quella prevista per il 2 ottobre alle 21 all’Auditorium Enzo Ferrari di Maranello), è una porta spalancata sulla sua vicenda umana e spirituale e sul suo eterno messaggio di pace. Dopo aver raccontato l’impero romano e l’antico testamento Cazzullo questa volta indaga a fondo una figura dirompente, forse la più straordinaria del secondo millennio, che continua ad essere un faro, anche nei tempi bui di questa alquanto burrascosa e tragica contemporaneità.
Aldo Cazzullo, cominciamo dal titolo: Perché il primo italiano?
«San Francesco è il primo che ha scritto una poesia in italiano, il Cantico delle Creature. Ha inventato il presepe vivente, ha reinventato il teatro – le sue prediche erano delle performance, e la pittura. Ha fondato l’Umanesimo, che ha messo l’uomo al centro del mondo, in diretto rapporto con Dio, predicando che tutti gli uomini sono uguali. Gli inglesi come santo patrono hanno San Giorgio – che uccise il drago – i francesi Santa Giovanna d’Arco che è raffigurata con la spada come San Giacomo, Santiago, per gli Spagnoli. Noi abbiamo il Santo della pace. Sono terziari francescani tutti gli italiani più illustri – Dante, Galileo, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Amerigo Vespucci, Alessandro Volta, Luigi Galvani – poeti, letterati, esploratori, scienziati, fino ad Alcide De Gasperi. É come se Francesco li avesse ispirati, guardandoli con benevolenza. Parlando alla parte migliore di noi ha impresso il nostro slancio verso il bene. Ho voluto questo sottotitolo al mio libro perché è una figura fondativa della nostra identità».
L’Aula della Camera ha approvato la proposta di legge per istituire la festa nazionale di San Francesco d’Assisi il 4 ottobre. La proposta ora passa al Senato. Lei che ne pensa?
«Un’ottima iniziativa. E non perché si tratta del patrono d’Italia. Ma del nostro padre spirituale». In questo mondo dilaniato da guerre e genocidi un uomo di pace come Francesco cosa farebbe? «Basta vedere dove sono ora i Francescani. Il cardinale Pizzaballa ha scelto di restare vicino a Gaza, di non abbandonare la diocesi. È lì sotto le bombe e si rifiuta di andare. E Francesco è lì. I Francescani sono la parte più dialogante e sorridente della Chiesa. Portano in dote Umiltà, Povertà, Fratellanza».
L’eccezionalità di Francesco.
«Fare l’elemosina a un povero non cambia la vita. Il vero cambiamento è abbracciare la povertà. E lui, addirittura, l’ha scelta. Accoglieva chi era disposto a vivere senza denaro, senza vestiti, senza libri. “Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti” si legge nel suo testamento».
«Sapeva essere duro. Deciso. Severo». Non fu mai «accomodante, rassicurante, consolatorio», piuttosto provocatorio.
«Obbligò un frate che si era rifiutato di fare l’elemosina a un povero a spogliarsi nudo, a inginocchiarsi e a baciare i piedi del povero. Era uno che si indignava. Era profondamente convinto che i francescani oltre a non possedere cose o accettare denaro, dovessero essere sempre allegri, in particolare con gli ultimi, con i più poveri».
Un rivoluzionario.
«Ha creato una comunità in cui tutti gli uomini sono uguali, in una società, come quella medievale, fortemente gerarchizzata. Ma è stato anche un reazionario. Ha vissuto il tempo di Saladino e di Gengis Khan, l’epoca delle città e delle università, dei papi e delle cattedrali, delle crociate e degli eretici, della nascita delle banche, del denaro. Cancellò dai bisogni dell’uomo sia il denaro che i libri, perché erano segno di potere».
Il suo rapporto con il femminile.
«Trattava le donne da pari a pari. Una cosa totalmente estranea al suo tempo. Le donne allora appartenevano sempre a un uomo. Ha accolto Chiara. Quando la famiglia ha reagito lui le aveva già tagliato i capelli e consacrata. Secondo la leggenda quando anche la sorella Agnese decise di seguirla e la famiglia corse a riprenderla con le guardie armate, il corpo di Agnese si fece così pesante che non fu possibile spostarlo. Andò con Chiara e Francesco ne fece due donne libere».
Nella sua santità c’era una vena di folliia?
«Parlava con le piante e con gli animali, rifiutava i vestiti, il cibo, una cavalcatura, un letto. Abbracciava i lebbrosi. Si lasciava picchiare, ferire, umiliare. Non aveva alcuna ambizione se non quella di servire. E confondeva i ricchi mettendo loro in mano monete d’oro. Certamente era pervaso da una grande carica morale e da una straordinaria accensione spirituale. Molti pensarono che fosse pazzo. Qualcuno ha pensato – e lui senz’altro ha rischiato molto in questo senso – che fosse un eretico. Ma lui non voleva distruggere la chiesa. Voleva salvarla».
Un uomo senza tempo, più attuale che mai.
«È stato un uomo di pace, noi facciamo la guerra, ha esaltato il creato, noi distruggiamo tutte le creature, ha inventato la dignità umana, noi la calpestiamo. Il suo è un esempio salvavita. Col nostro comportamento rischiamo l’autodistruzione».
La sua vita, per secoli, è stata nascosta.
«La sua memoria è stata a lungo negata per allontanare Francesco dalla terra e relegarlo in cielo. Così che il suo messaggio non avesse più peso terreno. Anche la storia delle stimmate, ricevute nel 1224 sul Monte della Verna lo santifica, allontanandolo dal mondo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
