Cathy La Torre a Modena: «Ecco le donne che hanno cambiato tutto e sono state rimosse dalla storia»
La nota avvocata e attivista venerdì 9 gennaio porta in scena al Teatro Storchi uno spettacolo-omaggio: «La parola che mi auguro per il 2026, ma in realtà per tutti gli anni, è empatia»
MODENA. La nota avvocata e attivista Cathy La Torre venerdì 9 gennaio, alle 21, porta in scena al Teatro Storchi di Modena “Tutte le volte che le donne…”, un’indagine teatrale esplosiva, un viaggio attraverso secoli di scoperte straordinarie compiute da donne e poi dimenticate, rubate o semplicemente ignorate (biglietti su morequality.it). Lo spettacolo nasce come omaggio a tutte le donne che, in Italia e nel mondo, hanno lottato e continuano a farlo per il riconoscimento dei propri diritti, della propria libertà e della propria esistenza. Attraverso un percorso narrativo che unisce immagini, citazioni e testimonianze, Cathy La Torre porta alla luce storie straordinarie: donne che hanno inventato, resistito, cambiato leggi e immaginato un futuro diverso. Mary Anderson, inventrice dei tergicristalli; Margaret Wilcox, che ideò il sistema di riscaldamento per auto; Franca Viola, che rifiutò il matrimonio riparatore e contribuì a cambiare il diritto italiano; Elizabeth Magie Phillips, ideatrice del gioco che sarebbe diventato Monopoli; Luisa Spagnoli, imprenditrice innovativa; Tabitha Babbitt, creatrice della sega circolare. Un’indagine che porta alla luce verità scomode, leggi assurde e storie incredibili che nessuno ha mai raccontato per uno spettacolo che farà uscire dalle sale con consapevolezze nuove e la certezza che la Storia che conosciamo è solo metà della storia.
La Torre, nel condurre questa indagine teatrale, cosa l’ha colpita di più, in positivo ma anche in negativo?
«Mi ha colpito scoprire quante migliaia di donne non sono state raccontate dalla storia, nonostante abbiano compiuto imprese eccezionali. Girando per le città d’Italia in trasferta, alcune donne le ho scoperte facendo delle ricerche legate a un dato territorio: Trotula, ad esempio, la prima donna medico ginecologa nella storia dell’umanità, che ci ha lasciato dei testi che hanno aiutato a salvare milioni di donne dalla morte di parto, l’ho scoperta un giorno che ero a Salerno. Questo spettacolo fonde insieme i due grandi anticorpi contro le brutture del mondo: la conoscenza della storia e la lotta contro le ingiustizie. Contribuire a portare queste donne alla ribalta, raccontandole in tanti teatri di Italia, significa lottare contro l’ingiustizia che hanno subito di essere dimenticate dalla storia stessa».
Non c’è nulla di equiparabile al maschile.
«No, non c’è una rimozione tale dalla storia di imprese eccezionali compiute da uomini, mentre invece nei confronti delle donne è stato sistematico. Nulla vieta che questo viaggio diventi qualcos’altro, come un libro, che racconta alle ragazze e ai ragazzi queste donne, è importante, perché è una storia che ci hanno raccontato male facendoci un grande danno».
Il peso delle parole è un tema che le è molto caro: qual è la parola che si augura per il 2026? E quella che non vorrebbe più sentire?
«La parola che mi auguro, in realtà per tutti gli anni, è empatia, che ce ne sia di più, per essere capaci di vedere davvero le persone intorno a noi, anche nelle loro sofferenze, e non essere indifferenti. E la parola che proprio non vorrei mai sentire è appunto indifferenza: nel più vivo spirito gramsciano, odio l’indifferenza e gli indifferenti, perché significa non guardare a quello che sta accadendo nel mondo e continuare a vivere nel proprio privilegio. Quello che accade nel mondo ci riguarda tutti, la storia ci racconta che nessuno è immune: non ci dobbiamo mai accomodare, mai adagiare, anche noi possiamo perdere diritti che pensavamo essere consolidati per sempre».
Ha festeggiato da poco 20 anni di professione forense: cosa significa per lei onorare la giustizia?
«Lottare contro le ingiustizie, che per me sono tutte gravi, allo stesso modo. Negli ultimi anni, una grande ingiustizia contro cui mi sto battendo molto è il tema dell’accesso alla sanità che per le persone sta diventando sempre più opprimente, in un’Italia che vede situazioni assai diverse tra loro».
Sui suoi social, per queste feste, l’abbiamo vista fare un sondaggio molto interessante su quali diritti i cittadini avrebbero voluto sotto l’albero di Natale.
«Ho raccolto tantissimo il tema della povertà, di stipendi che non permettono di arrivare a fine mese, di case in affitto che non si trovano, di dignità sul lavoro calpestate, e poi di nuovo tantissimo il tema della sanità. Molti giovani mi hanno raccontato il loro desiderio relativo al diritto di continuare a vivere nella nostra terra invece di dover andarsene per trovare un lavoro che rispetti maggiormente le proprie qualifiche. Le persone hanno bisogno di diritti basilari, la loro condizione materiale non è cambiata, e non cambia da tanto tempo: questo è un Paese che non vede gli stipendi aumentare da 30 anni. Come si fa?» .
Nel suo libro “Non si può più dire niente. Manuale di sopravvivenza tra politicamente corretto e linguaggio inclusivo” (Roi edizioni) ci ricorda quanto è usata a sproposito l’espressione “non si può più dire niente”.
«In realtà si può dire tutto, basta dirlo con rispetto e senza insultare. Un esempio che rende l’idea: se una persona ha detto una stupidaggine, non le diciamo più “hai detto una stupidaggine” ma le diciamo “sei stupido”. E questo fa una differenza incredibile».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
