Gazzetta di Modena

Spettacolo

Palazzo dei Musei si trasforma in un set per lo shooting di Davide Mancini

di Maria Sofia Vitetta

	Davide Mancini
Davide Mancini

L’attore 38enne, nel cast della serie “Portobello” sul caso di Enzo Tortora, a Modena con lo stilista Davide Muccinelli, il designer Calogero Insalaco e il fotografo Marco Rossetti: «Ero già venuto in città per girare “Rapito” con Marco Bellocchio, ma questa è la mia prima volta da modello»

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MODENA. ll viaggio di un eroe che si muove nelle sale espositive come se fosse la sua residenza, una casa o un castello. E lì, osservando le teche, «si rende conto di essere anche lui storia». Un percorso incorniciato dalle opere del Museo Civico di Modena che trova un punto di contatto tra le arti - sartoriale, cinematografica, fotografica - in un dialogo continuo con gli spazi del Palazzo dei Musei. A raccontare lo shooting, organizzato sabato 24 gennaio, è stato lo stilista Davide Muccinelli, fondatore dell’omonima Casa di moda, affiancato dal designer Calogero Insalaco. «Stiamo lavorando in molti teatri del territorio, proprio perché amiamo questo tipo di approccio: vogliamo portare la nostra cultura e il nostro mondo fuori dai confini nazionali». Davanti all’obiettivo l’attore Davide Mancini, protagonista degli scatti di Marco Rossetti. Mancini, a Modena era già venuto per girare "Rapito" con Marco Bellocchio, ma senza mai entrare nelle sale del museo. Non è il classico visitatore.

Mancini, come ha vissuto questo nuovo rapporto con un luogo della cultura?

«Non avevo mai posato come modello, è stata la prima volta. Quando Davide mi ha proposto Palazzo dei Musei ho detto subito sì. Oggi posso dire di coesistere con queste opere, di farne parte. Per un giorno mi sono sentito io stesso un’opera, attraverso gli abiti che Davide ha pensato per lo shooting. È stato uno stimolo di consapevolezza e di rispetto per l’ambiente in cui ci trovavamo: un intreccio di arti che cercano di trasmettere sfumature emotive».

Come si è sviluppata la collaborazione con Muccinelli?

«È nata in occasione della presentazione della serie "Guerrieri - La regola dell’equilibrio" alla Festa del Cinema di Roma. Lì ho conosciuto Davide e Calogero. Abbiamo deciso di osare: ho indossato un kimono gessato che richiamava uno smoking».

"Guerrieri - La regola dell’equilibrio" è attesa per il 2026, quali punti di forza ha?

«È un prodotto Rai di grande qualità, tratto dai romanzi di Gianrico Carofiglio, che ha seguito anche la sceneggiatura. Il cast è straordinario, a partire da Alessandro Gassmann, che è una persona eccezionale. Le prime due puntate mi hanno sorpreso: Gianluca Maria Tavarelli ha dato ritmo e modernità al racconto, rendendolo molto accattivante e per niente noioso».

In un’intervista ha raccontato che Bellocchio le chiese di abitare il personaggio con un rigore quasi etico, spingendola ad interrogarsi su ciò che porta in scena e sul peso delle sue scelte interpretative. Cosa ha significato farlo nell’interpretare Raffaele Della Valle in "Portobello", serie in arrivo a fine febbraio su Hbo Max?

«È stata una responsabilità civile e morale enorme. Parliamo del primo grande processo mediatico in Italia, quello di Enzo Tortora, in cui un uomo è stato giudicato dall’opinione pubblica prima che dai fatti. Non dimentichiamoci che Della Valle e Tortora erano amici: per me è stato un momento di profonda riflessione su cosa significhi difendere un amico in un contesto così difficile».

C’è stata una scena che ha trovato particolarmente complessa da interpretare?

«Lo sono state tutte. Non c’è mai stato un giorno in cui mi sono detto: "Oggi la porto a casa con facilità", perché Marco Bellocchio richiede sempre grande attenzione sul set, quando reciti e tratti questi argomenti. Lui è bravo a guidarti, perché con poche indicazioni riesce a farti capire dove è la verità e in che modo si può raggiungere. Questo è un grande dono che pochi maestri ancora hanno».

Un aneddoto da un set?

«Durante "Esterno Notte", a Roma, stavamo girando una scena molto complicata sui terroristi e la decisione di uccidere o meno Aldo Moro. Eravamo all’esterno, tra comparse, moto che passavano e rumori continui. Io non riuscivo a guidare la scena in modo corretto, perché mi facevo condizionare dall’ambiente intorno a me. A un certo punto Bellocchio si è avvicinato e mi ha detto: "Il mio orecchio è il tuo microfono. Parla al microfono e parlerai a noi". Da quel momento ho capito quanto l’ascolto e il mezzo del microfono siano fondamentali nel cinema e spesso sottovalutati».

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