Walter Veltroni a Modena con il suo nuovo romanzo: un noir che parla dei giovani
Domenica 8 febbraio al Bper Forum, alle 17.30, la presentazione di “Buonvino e l’omicidio dei ragazzi”: «Bisogna smettere di voltare le spalle ed entrare in relazione con il loro mondo»
MODENA. Il mese di febbraio di Forum Eventi al Bper Forum a Modena si apre domani alle 17.30 nel segno del giallo con Walter Veltroni e il suo “Buonvino e l'omicidio dei ragazzi” (Marsilio). In questo nuovo capitolo della saga, il sesto, torna il commissario Giovanni Buonvino con la sua squadra di “scarti” del commissariato di Villa Borghese, un gruppo di poliziotti umani e imperfetti che hanno conquistato il cuore dei lettori. La trama noir si snoda attorno a un caso particolarmente oscuro che tocca il mondo dell'adolescenza: una ragazza giovanissima, viene trovata impiccata all'orologio ad acqua del Pincio. Veltroni usa il genere poliziesco come lente di ingrandimento sulla società, mescolando con sapienza la suspense dell'indagine a una vena malinconica e civile. Il romanzo diventa così una riflessione sulla perdita dell'innocenza e sulla necessità della memoria, dove la ricerca del colpevole si accompagna a una ricerca più profonda di giustizia e umanità in un tempo che sembra averne dimenticato il valore.
Veltroni, la violenza, soprattutto quando riguarda i giovani, viene spesso raccontata con toni sensazionalistici, rischiando così di diventare una forma di consumo e di intrattenimento. Che effetto ha questa retorica della violenza sulla società? Guardando al suo libro, pensa che raccontarla invece con misura e pudore possa aiutare a combatterla?
«Il rischio di trasformare un fatto di cronaca in epifenomeno della società è sempre alto. Nel caso dei giovani questo è evidente: qual è l’elemento prevalente che li contraddistingue? Quello della violenza o quello della partecipazione che abbiamo visto con le proteste per i femminicidi, per Gaza, per l’ecologia…? Bisogna sempre fare analisi serie e rigorose, e questo è un momento di profondo disagio per loro. Bisogna smettere di voltare le spalle e entrare in relazione con questo. Da qui a generalizzare che ormai tutti i ragazzi sono violenti e dissennati, ce ne corre».
Oggi si parla molto dei giovani, ma spesso senza davvero ascoltarli: o sono un problema oppure una promessa astratta. Che cosa significa per lei raccontarli davvero?
«Nel libro c’è un tentativo di raccontare questa condizione, inevitabilmente doppia, attraverso un disagio secondo me inedito perché è il frutto della combinazione di tre elementi: una situazione generale carica di paura, tensione, preoccupazione che agisce sulla condizione dei ragazzi; gli effetti del Covid che ha lasciato un segno profondo; gli effetti dei social che sono dal mio punto di vista devastanti. Mentre internet, il telefono, la tecnologia hanno effetti positivi perché semplificano, razionalizzano, aprono opportunità, i social hanno crato un clima, un linguaggio, una contrapposizione, una semplificazione, un odio, un rancore che sentiamo sotto la pelle della società. E nel libro i giovani sono raccontati in maniera meno stereotipata, almeno spero, di quanto avviene di solito».
Spesso si pensa al ’68 come a un momento chiave per i giovani, quasi il simbolo di quando una generazione ha deciso di prendere parola e spazio invece di accettare regole e gerarchie così come stavano. Ci vorrebbe un altro ’68 in questo senso?
«Quello che noi chiamiamo ‘68 in realtà sono gli anni Sessanta, la grande liberazione dalla società precedente, dall’autoritarismo dei genitori, il passaggio da una società in bianco a nero a una a colori. Il ‘68 è la sublimazione ma anche la negazione dello spirito e dell’energia degli anni Sessanta, per cui quello che ci vorrebbe oggi è passione, energia, rifiuto dell’indifferenza, voglia di esserci, coscienza dei pericoli, e al tempo stesso la dimensione di sogno senza la quale la politica e tutto il discorso pubblico in generale, si perdono».
Qual è il grido di Ludovica, la giovane protagonista del suo romanzo, che rimane inascoltato?
«Ludovica è una ragazza sola, che cerca una strada ma si trova in un mondo egoista, dentro un meccanismo che la stritola: il vero killer è l’egoismo».
Il suo è un noir urbano con una dimensione sociale molto forte. Crede che il giallo sia un modo efficace per affrontare temi generazionali?
«Si tratta del sesto della saga, ma è il primo in cui ho voluto mettere esplicitamente un grande tema sociale che mi sta a cuore e sul quale scrivo da sei anni sul Corriere della Sera, e l’ho fatto con lo stesso spirito e le debite proporzioni con il quale Monicelli metteva un messaggio contro la guerra in “La grande guerra” o come tutta la commedia all’italiana ha sempre fatto, cioè usando un linguaggio molto popolare per trasmettere un messaggio il più impegnativo possibile. Ho voluto farlo e sono contento del successo che il libro sta avendo».
Di cosa è più stanco rispetto a quello che legge e ascolta intorno a sé?
«Più che stanco sono preoccupato: da quello che succede in America, dalla perdita del confine tra realtà e menzogna che anche con l’Intelligenza Artificiale sarà possibile produrre, dalle autocrazie, da uno spirito di intolleranza, dall’odio, dalla violenza che torna nella nostra vita e che è il prodotto dell’odio».
Anni fa scrisse il libro “Odiare l’odio”…
«E continuo a pensarla così. Ho sempre odiato l’odio, mentre odio, paura e ansia mi pare siano i sentimenti che vengono diffusi a piene mani in questo momento e questo deve preoccuparci».
Da cosa invece è più strabiliato?
«Mi strabilia la disperata vitalità che una parte dell’opinione pubblica, in tutto il mondo, dimostra in certi casi: pensi ad esempio a quello che di meraviglioso accade a Minneapolis in reazione agli orrori dell’Ice. Mi piacerebbe si avesse più fiducia nelle risorse di amore per la libertà, che per fortuna ancora ci sono».
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