Francesca Fialdini a Formigine: «Indago sull’amore quando diventa dipendenza»
Venerdì 6 marzo all’Auditorium Spira Mirabilis la giornalista e conduttrice Rai presenta il suo ultimo libro nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata internazionale della donna
FORMIGINE. Cosa cerchiamo davvero in una relazione? Quando il desiderio di essere amati diventa bisogno o perfino dipendenza? Sono questi e altri gli interrogativi che guideranno la riflessione di venerdì 6 marzo, alle 21, presso l’Auditorium Spira Mirabilis di Formigine (via Pagani, 25), dove la giornalista e conduttrice Rai Francesca Fialdini presenterà il suo ultimo libro “Come fossi una bambola. Storie di dipendenza affettiva e di chi ne è uscito” (Mondadori) in dialogo con la giornalista Chiara Vecchio Nepita. L’appuntamento, inserito nel calendario delle celebrazioni per la Giornata internazionale della donna, nasce dall’esigenza di accendere un faro su quelle prigioni invisibili che non lasciano lividi sulla pelle, ma che giorno dopo giorno diventano recinti soffocanti. Il volume è il risultato dell'incontro tra la sensibilità narrativa di Francesca Fialdini e l’analisi clinica dello psicoterapeuta Massimo Giusti: insieme hanno raccolto le storie di chi ha trovato la forza di uscire da relazioni disfunzionali, offrendo al lettore uno strumento di consapevolezza privo di giudizi o facili semplificazioni. Fialdini, volto tra i più amati del servizio pubblico e reduce dal recente successo nell'ultima edizione di "Ballando con le Stelle", conferma con questo lavoro la sua vocazione per il giornalismo sociale e l'approfondimento.
Fialdini, dalla conduzione di programmi iconici come “Le ragazze” al pluripremiato “Fame d’amore” dedicato ai disturbi del comportamento alimentare, la sua carriera è segnata da una costante attenzione verso le storie che restano ai margini. Cosa ha imparato dalle donne che ha incontrato?
«Che ci sono molteplici modi per farci del male, a volte strutturali a livello sociale e culturale, perché siamo spesso state definite tramite quello che dovevamo fare e rappresentare: una brava moglie, mamma, professionista. Ruoli che non possono definire la nostra essenza. Ma appena ci si trova a sentirsi amate, accolte, non giudicate, ecco allora che si può fiorire di nuovo, e questo accade ad ogni età, una vecchia lezione che vale per tutti, non solo per le donne, in una società occidentale molto performante che ti insegna solo chi devi essere».
Quanto c’è di ascolto delle storie incontrate nella sua esperienza giornalistica dentro al suo libro?
«L’ascolto è fondamentale. Nel mio mestiere mi serve molto più ascoltare che parlare. Senza questo, la persona che ti sta raccontando la sua storia potrebbe pensare che te ne stai fregando di lei, quindi devi dedicarle la massima attenzione perché ti sta aprendo i segreti più importanti della sua anima e del suo cuore, che di solito non racconta a nessuno, per paura del giudizio. Raccontarli invece a una persona come me, che in fondo non conosce, risulta più semplice. Poi c’è una questione di attualità: il numero di femminicidi non cala e l’urgenza di scrivere questo libro nasce anche dalla lettura dell’attualità».
Spesso la dipendenza affettiva viene confusa con il “grande amore”. Quanto pesa l’educazione sentimentale che riceviamo fin da piccoli?
«Dipende tutto da quello che ci succede nell’infanzia, dal tipo di educazione sentimentale, affettiva che riceviamo e che ci definisce da adulti. Si tende a ripetere situazioni vissute in famiglia in modo circolare, a ripetere schemi, copioni, perché non sappiamo comportarci in modo diverso finché non ce lo insegnano o fino a quando non incontriamo qualcuno che ci ricorda il nostro valore. Le dipendenze affettive attecchiscono laddove non sai che valore hai».
Il titolo del suo libro è molto evocativo: cosa rappresenta, per lei, l’immagine della bambola?
«È quello che finiamo per diventare quando viviamo secondo le regole che ci dettano o il partner o l’aspettativa degli altri. A quel punto i fili non li tiriamo noi, li tira qualcun altro per noi. Ho voluto che nella copertina fossero rappresentati questi fili per dare un senso di speranza, perché racconto storie di chi ha deciso di farsi aiutare, di rialzarsi, di chi quei fili li ha spezzati. Auguro a tutti di riuscire a spezzarli, ma prima di riuscire a riconoscerli, di riuscire a vederli».
In una giornata simbolica come l’8 marzo, che messaggio si sente di lanciare alle donne che vivono relazioni difficili?
«Che l’amore è libertà, l’amore è un punto di domanda».
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