Gazzetta di Modena

Da venerdì

L’Orfeo ed Euridice di Gluck sul palco del Teatro Valli: «Uno spettacolo rivoluzionario»

Giulia Bassi
L’Orfeo ed Euridice di Gluck sul palco del Teatro Valli: «Uno spettacolo rivoluzionario»

Firma lo spettacolo la celebre artista iraniana-americana Shirin Neshat, in coproduzione con la Fondazione teatro Regio di Parma

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Reggio Emilia Dopo due opere di Verdi e una divertentissima Italiana in Algeri di Rossini, la stagione d’opera del teatro Valli torna al’700 con Orfeo ed Euridice, azione teatrale per musica in tre atti, composta intorno al mito di Orfeo da Christoph Willibald Gluck, su libretto di Ranieri de’Calzabigi.

L’appuntamento è per venerdì alle 20 e domenica alle 15.30. Firma lo spettacolo la celebre artista iraniana-americana Shirin Neshat, in coproduzione con la Fondazione teatro Regio di Parma, con le scene di Heike Vollmer, i costumi di Katharina Schlipf, le luci di Valerio Tiberi, le coreografie di Claudia Greco, la drammaturgia di Yvonne Gebauer, la direzione della fotografia di Rodin Hamidi. In scena il controtenore Carlo Vistoli, il soprano Chiara Maria Fiorani e, nella parte di Amore, Theodora Raftis; vi prende parte anche il Coro del teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani. Alessandro De Marchi, brillante direttore, emigrato da 33 anni in Germania, dirige l’Ensemble Modo Antiquo. «Per me è un debutto al Valli e con l’Ensemble Modo Antiquo – spiega De Marcchi – . Si tratta di una esecuzione veloce, con pochi giorni di prova ma conosco il valore dei musicisti. Di quest’opera esistono tre versioni che ho affrontato e diretto più volte e inciso ottenendo prestigiosi riconoscimenti: la versione di Vienna in italiano del 1762, quella di Parma, del 1769, dove Orfeo è soprano; poi c’è una versione di Parigi (1774), la più famosa. Qui Orfeo è un tenore. Ma la storia non finisce lì: addirittura Berlioz, nel 1859 ne fa una versione, rimodernata per il gusto della sua epoca, dove Orfeo è un mezzosoprano».

L’Orfeo di Gluck segna un capitolo fondamentale nella storia del teatro lirico. Con essa Gluck realizza un progetto di riforma in grado di restituire espressione drammatica all’opera seria. In questo senso insieme a Calzabigi mette a punto un’unità d’azione che non tollerasse momenti fini a sé stessi: eliminazione di personaggi secondari, semplificazione dell’intreccio, sfrondamento del “da capo” nelle arie, recitativi ridotti al minimo e intersecati fra le arie, spazio ai cori. Calzabigi muta il finale del mito: Euridice viene restituita a Orfeo per intervento di Amore, che qui diviene personaggio fondamentale. «In qualche modo è un’opera rivoluzionaria – spiega De Marchi – perché si riallaccia ai principi dell’opera stessa: alla natura della declamazione, al richiamo della tragedia greca, in un momento in cui l’opera seria era in declino, perché ridotta a una serie di arie, l’una appresso all’altra, con una drammaturgia sempre meno interessante nella quale i cantanti la facevano da padroni, con interventi sulla musica scritta dal compositore molto pesanti. Gluck e Calzabigi cercano di riformare il teatro d’opera, cercando di migliorare la drammaturgia dei libretti me è chiaro che molte di queste cose che allora dovevano essere cambiate piacciono a noi. Se noi andiamo a sentire un’opera seria con cantanti che si cimentano in virtuosismi pirotecnici a noi oggi piace. Però allora con le colorature, le cadenze e i sovracuti non ce la facevano più, quindi si è tentato di tornare alla semplicità. Così spariscono i recitativi secchi e l’orchestra non smette mai di suonare e il testo poetico torna centrale rispetto ai gorgheggi». Tenendo conto di queste fondamentali vicende storiche, quale sarà l’interpretazione di De Marchi? «Figlia delle idee dei pionieri della prassi storicamente informata sarà la nostra versione, nella quale si cercherà di rendere naturale la declamazione del testo e di seguire gli “affetti” del libretto – scrive con pregnante efficacia De Marchi nelle note di sala – . All’epoca cantanti colti e allenatissimi nell’arte dell’ornamentazione (e con l’ego smisurato di chi sa di guadagnare da solo più dell’intera orchestra) avranno probabilmente opposto non poca resistenza al divieto, giungendo a un compromesso col compositore più o meno nella stessa maniera nella quale oggi ci si accorda con il direttore d’orchestra. Ne sarà risultata un’esecuzione dove colori ed espressione avranno avuto il peso maggiore, ma dove le fioriture vocali avranno comunque mantenuto un loro ruolo. Lo studio delle fonti e delle antiche prassi esecutive è un viaggio appassionante in un mondo perduto, e tale studio ci dà la “patente” per muoverci con disinvoltura in questo repertorio. Ma ognuno di noi, “nipoti” dei pionieri della rinascita della musica antica, sa bene che un’interpretazione davvero “filologica” è un’irraggiungibile chimera, e che solo nel tentativo di realizzarla si racchiude la possibilità di cogliere qualche barlume di verità». l © RIPRODUZIONE RISERVATA