Vasco accende il tour: «Non siamo mica gli americani, ora lo abbiamo capito molto bene»
Dopo soundcheck e data zero a Rimini, il rocker di Zocca è pronto a dare il via ufficiale al Vasco Live 2026: «L’arma dell’ironia contro questi tempi bui. Schierarmi? Le mie canzoni parlano chiaro. Apro lo show con “Vado al massimo” perché ce n’è ancora tanto bisogno»
RIMINI. Rock e poesia a gonfie vele. Il bastimento del Vasco Live 2026 è pronto a solcare i mari di folle dell’estate italiana. Primo approdo venerdì 5 e sabato 6 giugno al Parco Urbano di Ferrara, ma la data zero – per testare il tutto – è andata in scena sabato 30 maggio a Rimini, dopo il soundcheck di venerdì per il fan club, ed ha consegnato a questa estate italiana un Vasco in ottima forma, capace di confezionare un concerto trascinante pieno di sorprese che, al solito, come un abito, sembra disegnato su misura per i tempi, bui, in cui viviamo.
Il concerto
La “ricetta” scelta quest’anno è a base di ironia pungente, unitamente a pensiero critico e a una dannata voglia di cambiare questo mondo che “non è quello che vorrei”, che non vorremmo tutti. «Come tutti gli anni, a giugno ci sono due cose sicure: il caldo e il concerto di Vasco», esordisce il rocker, sorridente dietro i suoi occhiali con lente azzurra a specchio, a poche ore dal concerto.
Ma che concerto sarà?
«L’anno scorso celebravo la vita; quest’anno la celebro in tutte le sue fasi. - spiega - È una fase universale e parto da una canzone che ho portato nel 1982 a Sanremo: era nata per provocare le coscienze e i bigotti. E, dato che non sono affatto diminuiti, anzi... ce ne sono ancora tanti, allora “Vado al massimo” la metto all’inizio, per mettere subito le cose in chiaro. E ci sono anche brani che, per me, sono addirittura delle prime volte dal vivo: Marea e Una nuova canzone per lei».
Vasco si sente ormai a suo agio nei panni di poeta rock.
«È la definizione giusta. Incarno lo spirito e i sogni di più di una generazione. Io sono un poeta rock: ci siamo chiariti anche su questo, sul potere enorme della poesia. Infatti “Non siamo americani”, un’altra rarità, l’ho scritta nel 1979 ed è ancora perfetta oggi, tanto che ho deciso di sceglierla come titolo ideale di questo tour 2026».
Un concerto che sarà quindi insieme rock e poesia.
«Esatto. Quest’anno abbiamo un blocco di canzoni degli anni Ottanta e tra queste c’è “Non siamo mica gli americani”. È del 1979: all’epoca la cantavo con la sola chitarra, mentre quest’anno la facciamo con tutta la band. Sembra scritta ieri, perché, se ci pensate, sotto, sotto ci siamo sempre sentiti un po’ americani, mitizzando gli Stati Uniti... Ora però ci siamo resi conto che non si può andare in giro a sparare, non si può pensare di risolvere tutto con la violenza. Ci si ferma al diritto... Ecco: le mie canzoni parlano per me».
A questo proposito, è di questi giorni il dibattito sulle parole di Francesco De Gregori riguardo lo schierarsi degli artisti nelle dispute politiche.
«Io rispetto Francesco De Gregori e il suo pensiero – spiega –. Quanto a me, le mie canzoni parlano per me. Io sono le mie canzoni: parlo con loro e sono loro a schierarsi. Di sicuro noi suoniamo per portare gioia e felicità, per provocare una sana e scandalosa felicità nella gente. È una forma di resistenza attiva contro l’odio, la violenza e la paura seminati ogni giorno da questi sociopatici potentissimi, che per arricchirsi scatenano guerre e distruzioni. In queste guerre a soffrire sono solo i civili, massacrati e torturati, addirittura in nome di Dio... E allora “Non siamo mica gli americani”: rispondiamo con la forza dell’ironia, ma è giusto che si sappia come la pensiamo. Nel complesso, il nostro concerto è ben rappresentato dalla definizione che ne ha dato il regista Pepsy Romanoff: per i contenuti video si è ispirato alla fisica quantistica e ha definito il nostro live “un acceleratore di particelle emotive”. Ogni canzone è una particella, la scaletta è un “flusso canalizzato”, il pubblico è il “campo energetico”. Il palco è l’acceleratore che sprigiona le nostre energie. Insomma, si prova davvero tutti insieme una scandalosa felicità comune. I potenti, diceva Spinoza, hanno bisogno che la gente sia triste. Ecco, noi invece portiamo gioia. La musica è questo: portare gioia».
La scaletta
E per raccontare tutto questo non ha bisogno di proclami, basta attingere alla produzione della sua luminosa carriera. Il risultato è una scaletta che crediamo piacerà soprattutto ai fans della prima ora, che ritrovano dal vivo pezzi storici, tra l’altro tutti accuratamente rivisitati nella parte musicale, riacquistando freschezza. La prima parte è in stile anni Ottanta, Vasco esce da una botola dietro al batterista e si lancia in “Vado al massimo”, in versione quasi “ska” con tappeto di fiati, poi la nostalgia di “Ormai è tardi” e la trascinante “Fegato Fegato Spappolato” , riff di chitarra cantato in stile rap, con frecciata ai governanti “drogati di potere”. Poi l’onda musicale scivola tra l’inedita dal vivo “Nuova canzone per lei”, il funk di “Bolle di sapone”, la teatrale “Alibi”, l’esplosiva e acclamata “Sono ancora in coma”, la ritrovata “Ciao”, insieme a “Domani sì, adesso no” e “Tango della gelosia”. La prima parte si chiude con uno dei brani più amati dal pubblico “Lunedì”. Il palco ancora una volta presenta il meglio dell’attuale tecnologia degli spettacoli live tra effetti speciali video avvolgenti all’insegna della tridimensionalità. La band è in gran spolvero guidata dalle chitarre di Burns e Pastano, le tastiere di Rocchetti, e l’ottima sezione fiati. La seconda parte si divide tra brani che sottolineano la solitudine che accompagna tutti in questi tempi alquanto oscuri (“Marea”, “Siamo soli”, e “Se ti potessi dire”) per poi arrivare al mondo di oggi tra guerre, potenti -prepotenti. A loro “offre” la sua “Non siamo mica gli americani, che loro possono sparare agli indiani”, mentre noi qui si sta di guardia... “Non ci si può rilassare, i russi possono arrivare ogni ora...” (aveva previsto tutto?). Ed ecco “Gli spari sopra” e “C’è chi dice no” che oramai sono diventate inamovibili. La fine, prima dei bis, subito dopo la scatenata Rewind non a caso è affidata a “Un mondo migliore” una risposta a questi tempi “perché siamo noi il mondo migliore”. Poi il gran finale aperto dall’applauditissima e cantata “La noia” seguita dai “totem” “Sally”, “Siamo solo noi”, “Vita Spericolata”, “Canzone” e “Albachiara”. Il rock è servito.
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