Gazzetta di Modena

L’intervista

Ottavia Spaggiari, da Spilamberto all’America delle grandi inchieste

di Laura Solieri

	La giornalista modenese Ottavia Spaggiari
La giornalista modenese Ottavia Spaggiari

La premiata reporter modenese e docente alla Florida University racconta gli Usa tra diritti civili, polarizzazione politica e giornalismo inclusivo

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SPILAMBERTO. Da Spilamberto alle grandi testate internazionali, passando per la Columbia Journalism School dove ha conseguito un master in giornalismo politico e affari internazionali. La giornalista modenese Ottavia Spaggiari, classe 1982, ha costruito negli Stati Uniti un percorso professionale dedicato al giornalismo d’inchiesta e al racconto approfondito delle trasformazioni sociali e politiche contemporanee. Giornalista freelance (ha pubblicato, tra gli altri, su The New Yorker, The Guardian e Al Jazeera), è inoltre professoressa ordinaria alla Florida A&M University, dove ricopre il ruolo di Knight Chair in Inclusive Journalism e contribuisce alla formazione delle nuove generazioni di reporter. La sua inchiesta sugli abusi nelle case di riposo irregolari del Texas ha ricevuto lo scorso aprile il premio dell’American Society of Journalists and Authors come miglior articolo investigativo. Ottavia ha inoltre vinto l’Amnesty International Media Award 2023 ed è stata finalista allo European Press Prize 2021.

Spaggiari, guardando all’America con gli occhi di una modenese, qual è l’aspetto che più l’ha sorpresa e continua a sorprenderla?

«È difficile rendersi davvero conto della vastità geografica. È un Paese di quasi 350 milioni di persone e 50 stati dove vigono leggi statali e dunque diritti e libertà individuali molto diversi. Questo ovviamente si traduce in un’enorme complessità. Per ora ho vissuto in tre stati, California, New York e Florida, dove il contesto ambientale e quello socio-politico sono estremamente diversi. Forse, per me, l’attrattiva è proprio questa: scoprire ogni giorno un pezzo diverso».

Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di forte polarizzazione politica e sociale. Vivendoci ogni giorno, qual è la differenza più grande tra il racconto che arriva in Italia e la realtà che lei vede sul campo?

«Credo manchi la consapevolezza storica di quello che sta accadendo oggi per quanto riguarda la spinta oligarchica di questo governo, la militarizzazione delle città in chiave anti-immigrazione e il tentativo sistematico di erosione dei diritti civili, compresi i diritti di voto ed espressione. In realtà tutto questo non è nuovo. Gli Stati Uniti sono da sempre stati segnati da una profondissima polarizzazione politica, dallo sfruttamento sistematico di alcune minoranze e, nei momenti di maggiore crisi economica, dalla strumentalizzazione dell’odio razziale, volta a mantenere il potere nelle mani di pochi».

In questi 250 anni di storia, governi diversi hanno fatto di tutto per marginalizzare alcune minoranze che, spesso, hanno risposto con un enorme lavoro di resistenza e lotta per i diritti.

«La storia di questo Paese ci insegna che, dopo una conquista per i diritti civili, molto spesso, vi è una fortissima spinta retrograda. Ad esempio, dopo l’abolizione della schiavitù nel 1865 e un decennio di ritrovati diritti e impegno contro le disuguaglianze, negli Stati del Sud furono introdotte le leggi razziali e la segregazione. Molti avevano anticipato che un balzo all’indietro simile sarebbe accaduto anche dopo l’elezione di Obama ed è esattamente ciò che è successo. Lo scorso aprile abbiamo assistito ad una decisione della Corte Suprema che, di fatto, va a indebolire moltissimo la legge sul diritto di voto che proibisce la discriminazione su base razziale ed etnica. Il rischio di discriminazione alle urne sarà amplificato alle prossime elezioni».

Si occupa di giornalismo d’inchiesta e di long-form journalism, un genere che richiede tempo, approfondimento e risorse. In un’epoca dominata dalla velocità dei social e dall’intelligenza artificiale, quale spazio c’è ancora per questo modo di fare informazione?

«Il lavoro giornalistico rigoroso rimarrà sempre importante. Il mio è un lavoro di scoperta, approfondimento e documentazione che richiede mesi, a volte anni. I social, e anche l’IA, sono utilissimi per la divulgazione dei contenuti ad un pubblico più ampio che non ha voglia o tempo di leggere un articolo lunghissimo».

La sua cattedra è dedicata all’Inclusive Journalism. Negli Stati Uniti questo tema è diventato anche terreno di scontro politico. Come si traduce questo approccio nell’insegnamento e nel lavoro quotidiano di una redazione?

«Il nostro lavoro come giornalisti è quello di documentare il mondo. Senza una visione inclusiva di voci, prospettive ed esperienze di vita diverse, si rischia di raccontare solo una piccola parte, di perdersi storie importanti e quindi di non capire davvero quello che sta succedendo intorno a noi. Più diversità si ha nelle redazioni, più si riesce a capire la complessità del mondo che ci circonda. Non credo che esista un buon giornalismo senza una prospettiva d’inclusione».

Continua a mantenere un legame con l’Italia attraverso la Scuola Holden dove tiene un corso di Giornalismo Narrativo e Inchieste Internazionali. Se dovesse indicare una cosa che il giornalismo italiano potrebbe imparare da quello americano e viceversa, quale sceglierebbe?

«Il rigore del giornalismo americano e il minuzioso processo di fact-checking, dove la veridicità di ogni cosa scritta viene controllata più e più volte. È un metodo che alimenta la fiducia dei lettori e avvalora il ruolo del giornalismo come servizio pubblico».

C’è un’America che merita di essere conosciuta meglio?

«Direi quella del Sud, dove vivo. È una zona fondamentale per capire la storia del Paese e quello che sta succedendo ora. Consiglio soprattutto il Civil Rights Museum a Montgomery, in Alabama, e un tour musicale di New Orleans a ritmo di blues».

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