Daniel Pennac in arrivo a Carpi, tra scuola e politica: «Trump? Una catastrofe pedagogica»
Lo scrittore francese martedì 29 settembre con Silvia Avallone alla Festa del Racconto: «Malaussène? Oggi potrebbe essere un ministro»
CARPI. Chi lo ha letto, anche solo una volta, sa quanto possa essere imprevedibile e profondo, magico e reale. Nella scrittura di Daniel Pennac ci sta tutto, nel suo pensiero ancora di più. E da qui siamo partiti per un ragionamento attuale che parte dalla sua figura e sconfina nell’attualità di un mondo che deve convivere con l’incertezza e saper trovare fiducia. I più fortunati potranno ascoltarlo martedì 29 settembre alle 21 alla Festa del Racconto (a Carpi, cinema Corso), in un’anteprima tutta da ascoltare in dialogo con Silvia Avallone. Merito di Sonia Folin, che ha curato il programma dell’edizione 2026 portando la Festa, una volta per tutte, a ritagliarsi uno spazio di primo piano tra i grandi eventi letterari del Paese.
In Come un romanzo ha formulato i celebri “diritti imprescrittibili del lettore”, compreso quello di non leggere. Oggi aggiungerebbe un undicesimo diritto?
«Ma certo, se ne possono aggiungere moltissimi. Si potrebbe aggiungere il diritto di addormentarsi mentre si legge, il diritto di dimenticare i libri brutti, eccetera… la lista è infinita! ».
Per molti anni lei è stato insegnante e ha raccontato la scuola anche dalla parte di chi non riesce, di chi si sente “somaro”. La scuola di oggi sa ancora recuperare chi resta indietro o tende troppo facilmente a classificarlo?
«L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti è frutto della catastrofe pedagogica americana. L’elettorato di Trump è in maggioranza costituito dai cittadini americani abbandonati dalla scuola: persone che hanno sviluppato complessi di inferiorità terribili, e che si sono caricate di un risentimento che Trump ha avuto la capacità di sfruttare. Quindi è un disastro. Una cattiva scuola finisce con il provocare un vero disastro sociologico».
Lei stesso è stato un cattivo allievo. Quanto dobbiamo al bambino o all’adolescente che siamo stati? E quanto della sua scrittura nasce ancora da quel ragazzo che pensava di non essere all’altezza?
«Non risponderò alla sua domanda… perché è esattamente l’argomento del libro che sto scrivendo».
In Diario di scuola scrive del dolore di non capire. È un dolore di cui gli adulti si dimenticano troppo facilmente?
«È un dolore che negli adulti si trasforma in complesso di inferiorità. Un complesso che può rendere le persone molto pericolose. È un dolore che lascia sempre delle tracce. Su di me ha sicuramente lasciato delle tracce».
Oggi la scuola deve confrontarsi con smartphone, social, intelligenza artificiale e una capacità di attenzione sempre più frammentata. Se tornasse domani mattina in classe, quale sarebbe la prima cosa che farebbe?
«Imporrei il divieto assoluto del telefonino. Se non lo si vieta, allora occorre trasformare completamente i fondamentali della scuola. A quel punto bisogna decidere di formare i ragazzi per prepararli all’era cibernetica del futuro, ma farlo davvero. Si deve scegliere o l’una o l’altra strada».
Si dice spesso che i ragazzi non leggono più. Lei ci crede davvero, oppure ogni generazione di adulti pensa che quella successiva stia perdendo qualcosa?
«Sono vere entrambe le cose. Gli adulti, dall’alto della loro maturità, pensano sempre che i giovani non sappiano, non facciano, non leggano abbastanza. D’altro canto, a rimproverare i ragazzi di non leggere sono i loro genitori, che non fanno altro che riempirli di schermi: cellulari, tablet… per fare in modo che i figli vivano dentro la norma della loro epoca. Perché se il povero piccolo Giulio non ha lo smartphone ultimo modello, i suoi compagni lo prenderanno in giro. Fa parte di un sistema in cui sono troncati i valori. I ragazzi sono incastrati fra l’affetto e la norma. I genitori fanno regali per affetto, ma mossi dal desiderio che i figli rientrino nella norma. È veramente assurdo».
Benjamin Malaussène fa un mestiere straordinariamente contemporaneo: viene pagato per assumersi colpe che non ha. Se lo inventasse oggi, chi sarebbe il capro espiatorio della nostra società?
«Beh, qualunque ministro, per esempio. Un povero ministro si siede tutto orgoglioso nella poltrona ministeriale, ma se la politica del governo non funziona… il povero ministro salta. Come un capro espiatorio. Solo che lui non sa di esserlo».
La famiglia Malaussène è caotica, irregolare, affollata, eppure profondamente solidale. Oggi cosa significa per lei la parola “famiglia”?
«Nella mia vita privata, personale, sono tutti gli amici che ho da quarant’anni a questa parte, per esempio, e che si conoscono fra di loro e costituiscono una sorta di famiglia elettiva che mi incanta».
Belleville, nei suoi romanzi, non è soltanto un quartiere: è quasi un personaggio. Che cosa è rimasto della Belleville che ha raccontato e che cosa invece è scomparso?
«Belleville è ancora oggi un quartiere che è una sorta di piccolo pianeta Terra dove tutti i popoli vivono l’uno accanto all’altro senza conflitti. Rispetto a quando mi ci sono trasferito, nel 1969, è in corso una piccola gentrificazione, ma nel complesso è uguale a prima. Belleville mi ricorda Belleville».
Lei ha attraversato più di mezzo secolo di trasformazioni culturali politiche francesi ed europee. Guardando l’Europa di oggi, che cosa la preoccupa di più?
«Torno a quello che dicevo prima su Trump, la cui elezione rappresenta il fallimento della scuola americana. Un fallimento che minaccia assolutamente anche noi. E non appena spunterà una qualunque figura ambiziosa capace di “surfare” sul complesso d’inferiorità delle vittime della scuola, verrà eletto. Come Trump. Forse quello che è già successo in Italia e che forse succederà l’anno prossimo in Francia, perché noi vi imitiamo. Le nostre elezioni sono sempre uguali alle vostre, con uno o due anni d’intervallo – solo perché noi siamo più lenti».
Nei suoi libri c’è spesso una grande diffidenza verso chi pretende di avere una spiegazione semplice per tutto. È questo uno dei pericoli del nostro tempo: la semplificazione?
«C’entra sempre la scuola. Ho tendenza ad avere più fiducia in una persona che si prende il tempo di riflettere un po’ che non in una persona totalmente impulsiva».
C’è un personaggio che ha creato e che oggi sente più vicino a sé?
(ride) «Julius il cane».
A un ragazzo che dicesse “Professore io non amo leggere”, oggi Daniel Pennac cosa risponderebbe?
«“Io non amo leggere” è un’affermazione che non ha senso. A quel ragazzo direi “va bene, siediti e ascolta”. E gli leggerei qualcosa a voce alta. Qualcosa di Stefano Benni, per esempio. E lui amerà leggere».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
