Luca Bizzarri smonta le certezze. Tra politica, social e tifoserie
Domenica 8 novembre al Michelangelo l’attore nello spettacolo nato dal podcast di successo
MODENA. C'è stato un tempo in cui il dubbio era il principio della saggezza. Oggi, rischia di essere motivo di critica sociale. Bisogna avere un'opinione su tutto, possibilmente prima degli altri e, soprattutto, senza mai cambiarla. Guerre, referendum, femminicidi, pallone: il dibattito pubblico è diventato una gara di certezze, dove ascoltare l'avversario è considerato un cedimento e cambiare idea quasi un tradimento. È in questo panorama che Luca Bizzarri porta in scena “Non hanno un dubbio”, il nuovo spettacolo scritto e interpretato dall'attore, prodotto da Itc2000 e Best Live, nato dall'esperienza del podcast di Chora Media e dal precedente progetto teatrale. L'appuntamento è per domani sera al teatro Michelangelo, che diventerà una radiografia comica, ma non troppo, di un Paese che ha smesso di farsi domande. E che, quando qualcuno ne fa una, pretende subito di sapere da che parte sta.
Bizzarri, partiamo dal titolo dello spettacolo: chi sono quelli che non hanno un dubbio?
«Tutti. Viviamo di certezze, in uno scontro permanente tra persone convinte di essere dalla parte giusta. Se la pensi diversamente da qualcuno, spesso non ci parli nemmeno più. Non c'è dibattito, ci sono tifoserie. E i tifosi non hanno dubbi: hanno una squadra».
Forse è perché se non si esprime un'opinione su una guerra, un femminicidio o il Grande Fratello, si rischia di non esistere?
«Fanno bene ad avere opinioni, anche io cerco di averne. Ma non di cementarle nel cervello. Provo a non avere troppe certezze, ecco».
Il dubbio è diventato un segno di debolezza?
«Non lo so. A me, personalmente, accusano spesso di essere qualunquista perché ho idee diverse su argomenti diversi. Non riesco a pensare che tutti i poliziotti siano dei bastardi, ad esempio, e contemporaneamente non posso ignorare che la situazione nelle carceri sia drammatica anche a causa della polizia penitenziaria. Risultato: non ho amici. Sono uno che sta sulle scatole a destra e a sinistra. Ma lo considero un buon segno: se non riescono a catalogarmi, forse significa che penso con la mia testa».
C'è qualcuno che le fa venire voglia di spegnere la televisione, il cellulare, la democrazia?
«Non sono mai stato un grande fan della democrazia. Ci sono persone, come Delmastro ad esempio, che mi fanno venire una rabbia tale che preferisco parlarne il meno possibile. Altrimenti non farei bene il mio mestiere». La satira mette ancora paura al potere?
«Il problema è che ormai tutti vogliono essere protagonisti di tutto. E poi oggi tutti vogliono fare tutto senza saperlo fare. Vale per i comici, ma anche per i politici. Anzi: ci sono politici che cercano addirittura di fare i comici».
Ci sono argomenti sui quali oggi ha paura di fare una battuta?
«Sì, due: il conflitto israelo-palestinese e il calcio. Già questo la dice lunga». +++Il politicamente corretto è una minaccia alla libertà di espressione?
«Secondo me non esiste questa grande cappa che impedisce di parlare, almeno in Italia. Ognuno dice quello che gli pare quando gli pare. Anzi, più la spari grossa, più attenzione ottieni».
E le opinioni che oggi i giovani riversano nelle piazze la convincono?
«Nella mia vita, ogni due anni circa, ho visto giovani scendere in piazza per rivendicare diritti. È sempre successo, spesso con conseguenze anche peggiori di quelle che vediamo oggi. La protesta è una fase della vita, ha le sue ragioni, poi…passa. Si mette tutto sottosopra e, dopo un po', temo che torni tutto come prima».
Chi le fa più paura: il politico che mente o il cittadino che gli crede? «Sono due facce della stessa medaglia. Ma non penso che il cittadino creda a tutto. Più spesso crede a quello a cui vuole credere».
E se potesse imporre cinque minuti di silenzio a un protagonista della politica italiana, chi sceglierebbe?
«Salvini. Ma più che cinque minuti, gli concederei cinque anni. Magari alla fine uscirebbe con un pensiero intelligente».
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