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La sanità dopo la prova del Covid: «Serve una riorganizzazione»

di Anna Derya Di Finizio e Lucia Falzoni*
La sanità dopo la prova del Covid: «Serve una riorganizzazione»

Federica Ronchetti, direttrice distrettuale: «Il capitale umano è il valore aggiunto»

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MODENA. Un diverso punto di vista rispetto all’oncologa Chiara Casarini lo abbiamo ricevuto anche dalla direttrice distrettuale dell’Ausl di Sassuolo Federica Ronchetti.

Dottoressa, ci racconti il suo percorso.

«Sono stata assunta da questa azienda come psicologa terapeuta e ho iniziato a lavorare presso un servizio di neuropsichiatria infantile nel distretto di Sassuolo. Avevo già avuto esperienze nell'ambito dell'adolescenza, della terapia familiare, perché ho fatto una scuola di specializzazione che si chiama sistemico-relazionale. Ho lavorato per molti anni in neuropsichiatria infantile, dove ero responsabile del servizio. Poi, nel 2016, il direttore generale mi convocò perché il mio primario mi aveva segnalata come figura professionale su cui poter investire per ruoli manageriali e da lì sono stata nominata direttore di distretto sanitario».

Quali caratteristiche servono per ricoprire questo ruolo?

«La mia formazione relativa alla costruzione di relazioni è stata fondamentale per coordinare e monitorare tutto quello che è un distretto sanitario, dove il lavoro non viene svolto solo dal direttore, ma da una squadra di persone che vanno dai medici agli infermieri e a tutto il personale».

Quali sono le criticità della sanità pubblica sul nostro territorio?

«I servizi sanitari risentono dei bisogni sanitari dei cittadini. Negli ultimi anni, dopo il post-Covid, il mondo è cambiato, e anche i bisogni sanitari. Siamo di fronte a un momento storico in cui la popolazione invecchia, sono poche le nascite e la speranza di vita è aumentata molto: perciò dobbiamo far fronte alle patologie degli anziani, come malattie croniche o Alzheimer. Quindi i servizi sanitari devono riuscire a modificare le loro missioni rispetto ai bisogni della popolazione. Le criticità maggiori che stiamo affrontando sono le visite specialistiche e le liste d'attesa per le prestazioni. Per la soluzione di criticità occorre fare un lavoro di organizzazione interna, ma anche di educazione del cittadino. Quindi è un lavoro difficilissimo che dura degli anni: ci occorre che le visite siano appropriate per la patologia che si ha, e questo è il medico generale che lo definisce».

Ricollegandoci al Covid, secondo lei le cose sono peggiorate dopo la pandemia?

«Io non parlerei di peggioramento, ma parlerei di cambiamento: il Covid ha messo in evidenza le criticità di un sistema sanitario. Come si è visto molte situazioni sono convogliate dentro agli ospedali, intasandoli e hanno messo in evidenza che occorreva potenziare quella che è la domiciliarità ed è su questo che il ministero della Salute ha deciso di ripartire con una riorganizzazione dei servizi che prevede l'istituzione delle case della comunità, degli ospedali di comunità, degli hospice, delle centrali operative».

Per questi cambiamenti è necessaria un’organizzazione interna o serve un finanziamento da parte dello Stato?

«Servono entrambi questi aspetti: sia una riorganizzazione interna, ma servono anche degli aiuti o una normativa che ci permetta di riorganizzare le cose. Quindi anche il finanziamento che arriva è importante perché viene dato in base alla popolazione di una regione. Ma se ci sono regioni che fanno molto di più rispetto ad altre, che hanno più popolazione, ricevono più soldi. Quindi sono entrambi gli aspetti che possono essere meritevoli di una riflessione e quindi che sono punti indispensabili per una buona riorganizzazione».

Crede che ci siano dei modi per migliorare questa situazione attraverso la collaborazione, magari guardare anche le altre regioni e aiutarsi tra noi?

«Io personalmente credo che abbiamo un valore aggiunto che è il capitale umano che lavora in sanità: le persone, i professionisti e tutto il personale. E’ un lavoro di comunità, che va fatto tutti insieme. Dobbiamo lavorare con la medicina di base, con i professionisti, ma anche col servizio sociale, con le strutture socio-sanitarie, con i cittadini stessi che, abituati in un certo modo, devono acquisire abitudini differenti».

*studentesse del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5E