Tre attori di Invivavoce: «Dietro le quinte del mestiere»
Gli studenti Urania, Jacopo e Sabrina si raccontano: «Il nostro sogno? Poter vivere di teatro»
MODENA. Avete mai aspettato gli attori all’uscita del teatro per far loro qualche domanda? Come hanno scoperto il palco? Che rapporto hanno con i personaggi? Ce ne ha parlato Urania Esmeralda Passamonte, parte del cast dello spettacolo Invivavoce dedicato al tema dell’ansia.
«In scena ti devi mettere in gioco»
«Ho iniziato quando ero molto piccola, avevo 6 anni. È stato un po’ casuale, perché mia madre voleva farmi fare qualche conoscenza, tenermi in forma, quelle classiche cose che si fanno fare ai bambini. E ne ho provate tante, tantissime, e mi facevano schifo tutte. Poi mi ha portata ad un corso di teatro, e mi sono innamorata degli insegnanti, dei compagni, del modo di lavorare. È stato molto bello perché mi ha tolto la timidezza e mi ha mostrato un mondo che altrimenti non avrei mai potuto scoprire».
Di fianco a lei Sabrina Borsari – anche lei protagonista dello spettacolo Invivavoce – racconta: «Io, invece, sono stata trascinata da una mia amica che in terza superiore mi ha introdotta in questo ambiente». «Anche io sono stato portato di peso, nonostante i miei continui rifiuti – dice ridendo Jacopo Vitale – Dovevo studiare, studiare e studiare, ma alla fine mi hanno convinto: e da lì non ho più smesso».
«Ciò che mi tiene attaccata – interviene Sabrina – è la varietà: nonostante io l'abbia fatto per tanti anni, non mi stanca mai e non mi annoia mai, perché ogni progetto è diverso dal precedente. Ogni volta è un viaggio nuovo: tante persone diverse, tanti punti di vista; non ci si ferma mai al proprio piccolo orticello, si va oltre».
«Esatto – concorda Esmeralda – Si può interagire con tanti aspetti di sé stessi che non si conoscono. Quando entri in scena devi riuscire a mettere in gioco le tue capacità e dare vita a un personaggio: è un viaggio verso sé stessi e anche un po’ verso gli altri».
«Guardi il personaggio e ti immedesimi»
Per quanto riguarda invece la tecnica da loro adottata per esprimersi recitando, i giovani attori distinguono innanzitutto la recitazione realistica da quella caricaturale e macchiettistica: «Il realismo non è sempre il fine ultimo – esordisce Esmeralda – A volte il regista vuole qualcosa di caricaturale. Non siamo l'attore con il proprio metodo attoriale, il metodo Stanislavskij, del tipo “vivo una vita da tassista per interpretare un tassista”, no, il nostro è un approccio un po’ più di pancia».
È come uno specchio: «Tu guardi il personaggio e in quel momento sei solo tu: lo guardi, pensi a lui, non pensi ad altro. – racconta Jacopo, anche lui attore di Invivavoce – È un gioco di sguardi: e alla fine ci si immerge in quell’immagine con ogni molecola del corpo». Spesso la chiave è quindi la spontaneità, come ricorda anche Sabrina: «La naturalezza che uno ha nella propria esistenza la mette in campo anche in teatro, e se ci si pensa troppo si finisce per sfociare nella caricatura».
La recitazione, spiega Jacopo, non è solo vuota finzione: è «portare sul palco qualcosa che si è visto, qualcosa che si è vissuto». Per le ragazze, d’altronde, «è anche un mezzo di sfogo per delle sensazioni interne di cui magari non si tiene conto nella quotidianità. Dentro ognuno di noi ci sono tutte le forme dell'animo umano». Relazionarsi con il regista è complesso: «La professionalità dell'attore sta nel fare quel che il regista ti chiede anche se non ti va a genio. È una cosa tua personale, non ha nulla a che fare col progetto, perché in fondo si lavora per lo spettacolo, non per il regista o per sé stessi. Il fine ultimo è quello».
«Un gioco di collaborazione»
Jacopo invece ribadisce le difficoltà della comunicazione: «Ti danno un'indicazione, e tu cerchi di realizzare quello che ti hanno detto, ma non si può essere completamente dentro la testa di qualcuno. Provi una volta, provi due volte, provi mille volte e forse alla milleunesima riesci ad avvicinarti a ciò che ti hanno chiesto. È un gioco di collaborazione».
Conciliare la vita da studente universitario con quella da attore non è semplice. «Io sto cercando di portarle avanti entrambe, ma trovare un equilibrio è davvero difficile – dice Jacopo – Una volta, per esempio, io ho scelto, a malincuore, di posporre un esame per poter preparare uno spettacolo. Ma l’ho fatto per passione, perché ci credo tanto». «Ed è un peccato – rimarca Esmeralda – perché una delle cose più belle del teatro è il qui ed ora. Però, purtroppo o per fortuna, bisogna concentrarsi anche sulla nostra vita di studio: è un percorso parallelo. Io non lo percepisco come un sacrificio». «Perché alla fine è giusto così, bisogna tentare di metterle in accordo», conclude Sabrina.
*attori del cast di Invivavoce e studenti della 5A del Liceo Muratori-S. Carlo
