A Casa Mimosa i percorsi verso il futuro per madri e figli
Le parole della direttrice e di una operatrice: «Da noi ricominciare è possibile»
MODENA. Tra le pareti di “Casa Mimosa” si ricostruiscono identità che la tossicodipendenza aveva provato a cancellare. Come studenti del Venturi, abituati a osservare la realtà per restituirne un’immagine autentica, abbiamo voluto varcare questa soglia per capire cosa significhi ricominciare come donne e come madri. Abbiamo intervistato Marika, direttrice e Elena, operatrice.
In che cosa consiste la Mimosa?
«Casa Mimosa è una struttura per donne, madri, con un vissuto di tossicodipendenza che vengono inserite per fare un percorso di recupero. Contestualmente possono prenderne parte con i loro figli e quindi viene proposto loro un doppio percorso sulla tossicodipendenza e di sostegno alla genitorialità».
Quindi i bambini sono presenti in questa struttura insieme alle madri?
«Le mamme vengono inviate qui dai SERT, quindi sono persone conosciute dai servizi per le dipendenze patologiche, che ritengono sia necessario un percorso residenziale. Le mamme entrano e vivono qui per tutta la durata del percorso che indicativamente può durare dai 3 ai 4 anni».
E i figli restano con loro?
«Sì, per tutto questo tempo. I bambini sono seguiti dai Servizi Sociali Minori e sono collocati qui perché il giudice del tribunale per i minorenni li colloca in un ambiente insieme alla mamma. Solitamente, qualora una mamma non decidesse di entrare in un percorso di cura e di tutela con il proprio figlio, quest’ultimo verrebbe collocato in altre famiglie. Ospitiamo mamme in fasi diverse di vita, quindi puó esserci una mamma che entra in stato di gravidanza, quindi di fatto il bimbo nasce qui, oppure mamme con bimbi nella fascia 0-6 anni. Ci possono essere bimbi che sono stati separati dalla mamma e collocati in altre famiglie, e vengono qua per ricongiungersi con lei. Oppure si tratta di bimbi che sono sempre stati con la madre entrano qui con lei».
La struttura cosa propone, sia per le mamme che per i bimbi?
«Ogni mamma con il suo bimbo ha la sua camera, poi ci sono degli spazi comuni. Qua tutto è in “formato casa”».
E per le mamme ci sono delle attività?
«La tossicodipendenza, di fatto, va a minare quelle che sono le routine, la strutturazione della giornata, il rispetto delle regole. Quindi le mamme che entrano qui hanno bisogno di ritrovare una routine che dia tranquillità che a sua volta crea sicurezza e prevedibilità sia per loro che per i bimbi. Le mamme si occupano con noi di questa casa: tutte le mattine facciamo dei gruppi terapeutici, all’interno dei quali affrontiamo i temi della dipendenza, delle ricadute che la dipendenza ha avuto sulla genitorialità. Al mattino tutti i bimbi vanno a scuola o all’asilo quindi sono tutti bambini regolarmente iscritti alle scuole del territorio. Il bambino è qua in comunità per avere una figura di riferimento che si sta curando e per preservare la relazione con la sua mamma ma, al tempo stesso, dobbiamo pensare ai bisogni dei bambini tra cui la socializzazione e le esperienze “normali”, quelle che fanno tutti. Devono avere una vita il più possibile simile a quella dei coetanei».
Le madri non possono portarli?
«Non da sole. Loro li portano e li vanno a prendere con noi. Le mamme, che abbiamo in questo momento, non sono in misura cautelare quindi non hanno disposizioni da parte del tribunale, con procedure penali che impedirebbero di lasciare la struttura. In ogni caso, nella fase iniziale del percorso non escono mai da sole, per una questione di tutela, loro e dei bambini, e quindi di fatto c'è sempre una di noi che le accompagna in queste attività».
Quanti siete in totale in Casa Mimosa?
«Per quanto riguarda le pazienti, al momento qui ospitiamo 6 mamme e 6 bimbi, poi ci sono quelle negli appartamenti, perché nella fase di reinserimento noi abbiamo un appartamento dove vanno a seconda dei progetti. In questo momento abbiamo 2 mamme negli appartamenti, con altri 2 bimbi».
*studenti del Liceo Venturi, classe 4I
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