Affettività nelle scuole, i peer educator: «Dai giovani per i giovani»
Un confronto alla pari «per colmare il vuoto comunicativo che spesso si crea»
MODENA. Il progetto di peer education nasce per colmare quel vuoto comunicativo che spesso si crea tra generazioni. Nonostante le perplessità sollevate da alcuni osservatori riguardo alla delicatezza della materia, i numeri e il coinvolgimento degli studenti raccontano un’altra storia. Abbiamo dato voce ai diretti interessati per scoprire come si sono preparati a questa sfida e perché il loro contributo è più necessario che mai.
Chi meglio di uno studente può infatti capire i dubbi, le incertezze e le curiosità di un altro ragazzo? La Peer Education scommette proprio su questo legame, trasformando i ragazzi in mediatori consapevoli su svariati temi tra cui l’affettività. Non si tratta di una semplice chiacchiera tra amici, ma di un progetto ben strutturato che coinvolge medici, ginecologi e psicologi nella formazione di un gruppo selezionato di peer educator.
In questa intervista, i ragazzi e le ragazze ci raccontano il dietro le quinte del loro lavoro: dalla preparazione tecnica alla sfida emozionante di entrare in classe e rompere il ghiaccio con i propri coetanei. Ne abbiamo parlato con: Matteo Mancuso e Rebecca Duzzi Ferroni dell’istituto Venturi di Modena.
Come è strutturato il progetto Peer?
«Il progetto Peer inizia con una selezione con la quale vengono scelti gli studenti che dimostrano la loro motivazione a partecipare, dopo di che vengono organizzati degli incontri di formazione su argomenti specifici, per poi poterci lavorare e portarli in classe ai ragazzi tramite presentazioni e giochi. Ho trovato utile preparare delle attività, perché i ragazzi più giovani fanno ancora fatica ad esporsi».
Quanti partecipanti eravate e da chi è condotto questo progetto?
«L’anno precedente eravamo circa quattordici all’interno dell'Istituto, non eravamo tantissimi ma ogni gruppo lavorava su più classi. Il progetto è coordinato da una docente dell’istituto, gli incontri formativi sono condotti dal consultorio di Modena, in più erano presenti esperti in campo medico».
La presenza di un esperto è servita, oppure erano argomenti di vostra conoscenza? Di cosa avete trattato negli incontri?
«Gli incontri sono stati formativi in quanto noi non conoscevamo gli argomenti nello specifico, senza gli esperti a noi sarebbe mancata la parte scientifica delle nozioni. Inizialmente è molto importante capire come comunicare adeguatamente con le classi, poi negli incontri successivi si affrontano temi come il consenso, le relazioni e la prevenzione, insomma una formazione molto ampia, utile per avere un quadro più approfondito su tutto».
In classe come ti sei sentito ad essere l’esperto della situazione?
«È l’attività che ti fa capire quanto sia complicato e imbarazzante riuscire a insegnare con serietà certi temi ai tuoi coetanei, ma anche quanto sia utile per loro il fatto che lo faccia un peer, cioè un ragazzo o ragazza della loro età, di conseguenza si riesce a mantenere più alta l’attenzione».
*studentesse del Liceo Venturi, classe 4I
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