Modena, l'analisi di Fuoriclasse su giovanissimi e disoccupati: «Mix di cause»
Gli imprenditori Tironi e Alboni: «Serve rivedere la scuola. Ma rispetto agli adulti sono più duttili»
«I giovani non hanno voglia di fare niente perché si fa fatica», così ha risposto l’ingegnere Maurizio Tironi, CEO della nota azienda modenese Tironi specializzata in trasformatori, alla domanda sulla mancanza di lavoro in ambito giovanile. La disoccupazione giovanile è un problema che affligge l’Italia: basti pensare che nel 2021 il 29.7% dei giovani dai 15 ai 24 anni non avevano ancora trovato un’occupazione, contro il 17% con già un impiego.
Nonostante ciò, questo problema non sembra toccare l’azienda di Tironi che dichiara: «Sto cercando da tempo 20 operai e 12 ingegneri con nessun risultato, se c’è la disoccupazione mostratemela».
Il direttore generale sostiene che le principali cause di questo stagnamento si rintracciano nelle scuole e nella famiglia, ambedue accusate di non formare sufficientemente i giovani lavoratori. In particolare la scuola risulta inadeguata nel soddisfare la richiesta di personale nel mondo lavorativo a tal punto da formare uno squilibrio tra la domanda e l’offerta: «La scuola non forma tecnici ma operai, oppure troppi manager poiché – sostiene l’ingegner Tironi – ad oggi serve personale qualificato e con capacità che non si limitino alla sola esecuzione meccanica costante». Dunque, la disoccupazione sussisterà fin quando «i giovani staranno davanti alle sirene sbagliate» perché, secondo il direttore generale, «a scuola non insegnano che bisogna fare un lavoro seguendo le proprie preferenze e non uno che segui le richieste del mercato». E continua: «Se a Modena ogni anno vengono immessi 10mila ingegneri all’anno, e nessun elettrotecnico, 9mila ingegneri saranno costretti a fare i periti».
La disoccupazione non dipende solo dalla formazione, ma anche dall’atteggiamento con cui si interfacciano i giovani con il mondo del lavoro: «Io cerco la voglia, la fame e la volontà di crescere. Non mi importa della formazione perché a quella ci penso io». Per l’ingegnere, dato che la scuola non fornisce una formazione adeguata, è necessaria la partecipazione dei neoassunti a corsi di formazione affiancati anche da figure con esperienza. A tal proposito è indispensabile anche la pazienza nell’apprendere e dare importanza al valore formativo dell’errore, poiché gli sbagli sono importanti ed è fondamentale avere l’atteggiamento giusto di fronte a questi ultimi: «Se il neoassunto ammette il proprio errore impara a non commetterlo nuovamente, se ha un atteggiamento spavaldo è un danno per l’azienda».
Il direttore generale però tiene a precisare che sia necessario investire e assumere giovani che seguano l’identikit precedentemente descritto perché sono il motore del futuro. E perché a livello qualitativo possono rendere maggior profitto di una persona matura. Se, però, Tironi dovesse scegliere di assumere un giovane o una persona più esperta, «prenderei tutti e due poiché la persona in là con gli anni può formare da un punto di vista pratico il giovane inesperto».
Sul medesimo tema ha dato la propria opinione Marco Alboni, Ceo della Pavarini Component, azienda leader della componentistica e produzione del terminale snodo.
L’amministratore delegato è dell’idea che i giovani siano un’importante risorsa in cui le aziende devono investire e credere. Però le difficoltà nell’assunzione non vengono riscontrate solo nei giovani, ma in generale in tutte le fasce d’età, che non si dimostrano particolarmente produttive e volenterose di lavorare. Anzi, si verificano spesso episodi di persone che, dopo una settimana dall’essere assunte, si licenziano. Tuttavia ha opinioni molto positive nei confronti dei laureati, che considera con una mentalità «più duttile, larga e flessibile», il requisito che cerca in ogni colloquio di lavoro è la voglia di mettersi in gioco: i neolaureati si distinguono soprattutto sul campo, come nelle riunioni commerciali, occasione di scambio di idee tra tutti i membri dell’azienda, per la loro intraprendenza e voglia di innovazione. Tuttavia, la laurea non è indispensabile per creare un buon dipendente: infatti l’azienda offre corsi di formazione per attività inerenti che il lavoratore andrà a svolgere.
L’imprenditore considera invece carenti la formazione di alcune aziende che non motivano abbastanza i propri lavoratori e quindi vi è mancanza di voglia di investire sui giovani. Denota una minor voglia di lavorare da parte delle nuove generazioni anche per l’atteggiamento accomodante della famiglia che soddisfa le richieste dei figli senza richiedere impegno o un ricambio economico, che poi spinge i figli ad essere coccolati e a rifiutare qualsiasi prospettiva lavorativa in cui è richiesto uno sforzo, preferendo il guadagno facile offerto dalla famiglia.
Infine, un’altra causa, sempre secondo Alboni, sta nei social, nei quali vengono mostrati stili di vita lussuosi e sfarzosi, spesso invidiati dai giovani, che invogliano i giovani stessi ad emularli, senza però riflettere su cosa stia dietro a così tanto successo e ricchezza.
Beatrice Banzi
Matteo Vignoli
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