Ginnaste insultate e maltrattate: istruttrice interrogata quattro ore, ma il mondo della ritmica sta dalla sua parte
Solidarietà per l’allenatrice accusata da alcune ex allieve tra cui una carpigiana: le avrebbe chiamate «ciccione e balene»
FERRARA. Una levata di scudi. Come la testuggine romana, genitori, allieve, ex ginnaste e semplici conoscenti hanno fatto quadrato attorno a Livia Ghetti. L’insegnante di ginnastica ritmica, un mostro sì, ma sacro e a livello nazionale nella sua disciplina: non quell’arpia che viene dipinta dalle accuse da cui si dovrà difendere, fra un mesetto, davanti al tribunale federale.
Nelle ultime 48 ore la vicenda è deflagrata e tutto l’ambiente della ritmica, sovraesposto mediaticamente prima dai successi delle Farfalle guidate da Emanuela Maccarani, l’ultimo il bronzo olimpico a Parigi 2024 con l’Italia capitanata da Alessia Maurelli, e poi dall’indagine che ha travolto la stessa direttrice tecnica azzurra e l’addio alle gare delle sue farfalle, chiudendo malamente un ciclo forse irripetibile. Ecco, Maccarani, che con la Ghetti ha condiviso il percorso da atleta e poi ha tenuto un filo diretto nella formazione di atlete da portare in Nazionale, appunto la Maurelli ma anche Martina Santandrea, per limitarci alle olimpioniche. Questo per richiamare il livello della disciplina che si è andati a toccare. Questa è la Ghetti, questa è la Ginnastica Estense Otello Putinati, la sua scuola, dove tante giovanissime (e tanti loro genitori...) ambiscono ad approdare, coltivando un sogno. Invece, come riportato ieri, qualcuna tra cui una ex allieva di Carpi, se n’è andata e si è poi rivolta alla procura federale, lamentando maltrattamenti, insulti, vessazioni.
Le dichiarazioni
Abbiamo chiesto di poter ascoltare i genitori delle giovani e giovanissime allieve: ci siamo radunati nell’atrio d’accesso alla palestra di Pontelagoscuro, dove appunto la Ghetti svolge la sua attività. Mamme e papà di ragazzine, dai 9 ai 13 anni, hanno accettato l’invito, hanno risposto alle nostre domande, hanno acconsentito a fotografarsi assieme a Livia Ghetti e al suo braccio destro Sara Mosca. Non mettiamo nomi, per tutelare le figlie, ma le loro parole, quelle sì. E anche quelle di Ghetti, che infine ha accettato di parlare, pur senza entrare nel merito delle contestazioni di cui risponderà nelle sedi opportune. «Mi hanno riempito il cuore tanti commenti – apre l’incontro proprio l’insegnante messa alla gogna –, mi hanno chiamata anche persone che non ricordavo più, tanti colleghi con cui avevo lavorato a scuola». «Come si sente?», la interrompe una mamma: «Bene, perché ho il doping che mi fa resistere, il sostegno di voi genitori e delle mie ex allieve. Piuttosto, ho temuto per le bambine, perché i genitori per loro vogliono il massimo per i loro figli e non avere il “mostro” come insegnante. Invece, non è accaduto nulla di tutto questo. Anzi, anche al bar dove passo tutte le mattine, appena mi hanno vista mi hanno rincuorata».
Siamo poi noi a sollecitare i genitori, cercando di entrare anche nelle pieghe, nelle possibilità, nei segnali che magari potevano non essere colti senza che esplodesse questo caso e che invece, alla luce delle pesanti accuse, avrebbero potuto essere visto con occhi diversi. «Mai nessun disagio», la risposta lapidaria e univoca. «Mia figlia ci dormirebbe qui in palestra», interviene una mamma. «Certo, l’allenamento è intensivo – ammette un papà –, c’è disciplina. Tutte sognano di arrivare ad alto livello e si devono impegnare: le ragazze poi studiano dopo cena. Anche lo scorso weekend ci sono state le gare e abbiamo visto i miglioramenti, mi hanno reso orgoglioso». Proviamo a insistere, a scavare, a far riflettere sulla possibilità che le figlie, anche senza lamentarsi di qualcosa esplicitamente, abbiamo lanciato dei segnali perché qualcosa con l’insegnante non andava: «Problemi? Certo che ce ne sono stati – risponde, allora, una mamma – ma se ne parla. Quando ci sono delle difficoltà, ci si confronta: sono bambine in crescita, possono avere dei momenti di ansia».
Le accuse
Fra le varie accuse rivolte a Livia Ghetti, c’è stata pure quella di essersi occupata impropriamente di un’allieva con la scoliosi: «Mia figlia ha proprio questo problema – interviene un papà – e Livia le ha fatto fare anche ginnastica posturale ed è migliorata in maniera apprezzabile». Insomma, tutti hanno maturato la convinzione che le accuse a Livia Ghetti siano state mosse per delusione e invidia da chi avrebbe voluto arrivare ancora più in alto: «E una delle denuncianti – svela un papà – è pure recidiva, aveva già fatto la stessa cosa a una precedente società». A chiudere, la sintesi: «Preclusioni verso le atlete non ce ne sono mai state, il messaggio di Livia è stato chiaro all’inizio: il lavoro paga. A volte sono i genitori a spingere i figli oltre e a illuderli».
L’inchiesta
Le ipotesi di reato che derivano dal procedimento sportivo a carico di Livia Ghetti non potevano che obbligare la procura della Repubblica di Ferrara ad aprire un’indagine penale. Fascicolo in mano al sostituto Andrea Maggioni, che ha sentito tutte le parti già lo scorso mese di novembre. Il magistrato ha quindi raccolto le testimonianze delle denuncianti, così come di Livia Ghetti, delle sue allieve (il particolare della prima squadra, ma non solo loro) e dei genitori. L’allenatrice è stata ascoltata per quattro ore e ha risposto in maniera circostanziata a ogni addebito, per la gran parte respingendo fermamente le accuse, ma anche argomentando circa l’episodio contestato della “presa al collo con graffio”, null’altro che una raddrizzata di spalle per mettere in posizione l’allieva un po’ curva su sé stessa e un’unghia – sì, della Ghetti – che è scivolata segnando il collo alla ragazza. Dopo tutte le audizioni il pubblico ministero ha presentato al gip la richiesta di archiviazione: ora si attende il dispositivo del giudice, che potrà accoglierla o respingerla a richiedere ulteriori indagini.
