Flotilla, Gabriele può tornare a Modena: «Così siamo fuggiti agli attacchi di Israele»
“Vivi”, l’imbarcazione su cui viaggiava, è arrivata a Cipro scampando ai tentativi di abbordaggio. «Ci hanno affiancati i militari in motoscafo, avevano i fucili»
«Mi trovo a Cipro, dove siamo sbarcati dopo essere scampati a due intercettazioni da parte di Israele. Sto bene, tornerò a casa nei prossimi giorni». Sono le prime parole dopo lo sbarco del modenese Gabriele Gardini, 52 anni. “Vivi”, la nave su cui viaggiava, è riuscita a fuggire a due intercettazioni israeliane e faceva parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio internazionale di navi dirette verso Gaza con l’obiettivo di portare aiuti umanitari e contestare il blocco navale israeliano. Le barche sono state abbordate tra lunedì e martedì con le persone trasportate ad Ashdod, in Israele, ma “Vivi” ha virato verso Cipro dopo essere fuggita agli attacchi. Gli italiani in tutto sono 29. Nato a Torino, Gardini si è trasferito nel territorio modenese quando aveva 6 anni e, dopo aver abitato per molto tempo in viale Gramsci, ora vive in una località di provincia. Partito il 26 aprile da Augusta, in Sicilia, ha viaggiato per tre settimane su un’imbarcazione in cui erano presenti in tutto sei persone, tra cui tre italiani, un messicano, uno spagnolo e un marocchino.
Gardini, com’è andato il viaggio?
«È stato faticoso, a partire dalla preparazione delle barche che ha visto centinaia di attivisti lavorare notte e giorno per cercare di farle navigare al meglio delle nostre possibilità. Per quanto riguarda la navigazione poi ci sono stati diversi momenti al limite, con venti oltre i 75 chilometri orari. La nostra imbarcazione ha perso le vele a causa del malfunzionamento e della rottura di alcuni componenti. Poi le notti insonni, a riparla, tra stelle e i droni israeliani, sempre in costante allerta a causa di possibili attacchi. Abbiamo poi subito due tentate intercettazioni, una a cui siamo riusciti a sottrarci in maniera rocambolesca e con un pizzico di fortuna, l'altra invece semplicemente facendo le scelte che credevamo più sensate. L'equipaggio, seppur fossimo solo in due a potere gestire l'imbarcazione, è stato fondamentale».
Come sono avvenuti i tentativi di abbordaggio?
«Alcune ore dopo un primo attacco, verso le 4 di notte, sono tornati da noi. Andavamo al massimo della velocità e il motoscafo ci ha affiancati a destra, quindi invece di insistere e continuare come da protocollo, abbiamo spento il motore e loro hanno allungato troppo la loro marcia. Poi, mentre giravano per affiancarci sull'altro lato, abbiamo acceso tutte le luci e due di loro a volto coperto imbracciavano fucili automatici intimandoci di fermarci, ma chi era al timone aveva il volto scoperto, e credo che per paura di essere riconosciuto ha invertito la rotta mentre noi aprivamo di nuovo tutto il motore. Le ragioni di quella retromarcia non le conosciamo, ma ci è sembrata strana... abbiamo pensato che non fosse dell'Idf ma sono solo pure illazioni. Probabilmente siamo stati solo fortunati, se avessero voluto prenderci ovviamente oggi racconterei un’altra storia, quella delle violenze e dei soprusi di chi è stato sequestrato nella prima intercettazione. In quel momento eravamo a 40 miglia dalle acque territoriali greche».
Perché poi avete scelto di virare verso Cipro?
«Dopo averla scampata per ben due volte siamo sbarcati su quest’isola per tre ragioni. La prima, per mostrare quanto le spire imperialiste la facciano da padrone in questa terra divisa da un muro: ci hanno costretti a togliere le bandiere palestinesi, e ci hanno costretti a restare a bordo per diverse ore seppur fosse un diritto scendere a terra per i cittadini europei dell'equipaggio. Adesso sono a casa di persone palestinesi che mi hanno accolto. La polizia cipriota vuole scortarmi in aeroporto per ragioni di sicurezza, ma se volessero davvero fare sicurezza avrebbero impedito che 300 persone, tra cui dottori, ricercatori, specialisti in ogni settore venissero sequestrati in barba a ogni diritto».
Cosa l’ha spinta a intraprendere a imbarcarsi?
«Sono molte le ragioni... Gaza, al pari di molti altri scenari di guerra e di oppressione, è il tragico simbolo di ciò che può generare il disinteresse collettivo. Gaza è l'esempio che non siamo usciti da uno schema imperialistico le cui spire attingono dalle nostre tasche e rendono fumose e distopiche le nostre risposte. Credo sia importante conoscere da vicino le cose per poterle comprendere. Porre l'attenzione sul genocidio è mostrare come i meccanismi di un certo potere siano più subdoli di quanto pensiamo. Quando sento qualcuno dire che non possiamo farci niente, beh, credo che a parlare sia proprio quel potere. Stiamo normalizzando la violenza e gli abusi, e questo produce effetti nefasti, effetti che purtroppo colpiscono tutti in maniera diversa».
Lei è nato a Torino, ma Modena è la sua terra di adozione.
«Avevo solo sei anni quando mi ci sono trasferito, sono cresciuto in questo territorio. Poi ho viaggiato il mondo per quattordici anni, e ora vivo in una località fuori città. Ho abitato per anni in viale Gramsci, uno dei quartieri più belli e colorati di Modena. Tra pochi giorni sarò di nuovo a casa».
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