Da piccioni, cornacchie e corvi a gabbiani e storni: come gestire questa nuova vita dentro le città
L’ecosistema è cambiato e la disponibilità di cibo ha creato le condizioni ideali. Il virologo Pregliasco: «I rischi per la salute umane sono bassi, ma serve attenzione all’igiene urbana e alla prevenzione»
Dai gabbiani ai corvi, passando per i piccioni, le cornacchie e perfino gli storni che hanno affascinato il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi: gli uccelli pullulano nei cieli delle grandi città. «Roma oggi è un esempio evidente di come gli animali selvatici si siano adattati all’ambiente urbano. I gabbiani, ma anche piccioni e storni, fanno ormai parte del paesaggio cittadino e questo comporta inevitabilmente anche alcune implicazioni sanitarie». A dirlo a LaSalute di LaPresse è Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva all’Università degli Studi di Milano. Se il caso del gatto che ha contagiato il veterinario ha riacceso l'attenzione sull’influenza aviaria, il problema “è molto più ampio”, puntualizza il virologo. «Gli uccelli possono trasportare diversi microrganismi, batteri, virus, funghi e parassiti, attraverso le feci, le piume o la contaminazione dell’ambiente urbano. Penso ad esempio a salmonelle, campylobacter, criptococchi o all’ornitosi. Non significa che ci sia un’emergenza sanitaria imminente, ma certamente esiste un tema di igiene urbana e di prevenzione», scandisce Pregliasco. La buona notizia è che «il rischio per la popolazione generale resta basso, soprattutto se si adottano normali regole igieniche. Tuttavia, alcune categorie più fragili, anziani, immunodepressi, pazienti con patologie respiratorie o bambini piccoli, possono essere più esposte alle conseguenze di eventuali infezioni». Nel caso della Capitale, «il fenomeno dei gabbiani è cresciuto enormemente negli ultimi anni, perché la città offre condizioni ideali: disponibilità continua di cibo, rifiuti urbani accessibili, cassonetti aperti e grandi spazi urbani dove nidificare», riflette Pregliasco. Si tratta infatti di «animali estremamente intelligenti e opportunisti. In pratica si è creato un ecosistema urbano favorevole alla loro proliferazione». Ed è proprio qui che entra in gioco il concetto di One Health: la salute umana, animale e ambientale sono strettamente collegate. «Se aumenta la presenza incontrollata di animali in città, aumenta anche la possibilità di contaminazione ambientale e quindi la necessità di monitoraggio sanitario», ragiona il virologo. Cosa fare? «Bisogna evitare inutili allarmismi. Il problema non è il singolo gabbiano, ma la gestione complessiva dell’ambiente urbano. Servono raccolta efficiente dei rifiuti, pulizia delle aree pubbliche, controllo veterinario e monitoraggio epidemiologico degli animali selvatici urbani. Anche comportamenti apparentemente innocui, come dare da mangiare ai gabbiani o ai piccioni, favoriscono la crescita incontrollata delle colonie – chiarisce – Ci sono poi alcuni segnali che vanno sempre considerati con attenzione: presenza di uccelli morti, comportamenti anomali, grandi concentrazioni improvvise di animali. In questi casi è importante la segnalazione alle autorità competenti senza improvvisare interventi diretti». Con il rischio di far danni. «Le città moderne stanno cambiando anche dal punto di vista ecologico e sanitario. La convivenza con alcune specie animali è inevitabile, ma deve essere gestita con attenzione scientifica, monitoraggio e buone pratiche di igiene urbana».
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