Prof trovato morto, un anno dopo l’unica pista è quella del suicidio
Va verso l’archiviazione il caso dello psicoterapeuta Raffaele Marangio: il 43enne tunisino non lo uccise
MODENA. A meno di colpi di scena, sembra proprio che verrà archiviato come un suicidio il giallo dell’estate 2025 a Modena: il ritrovamento del corpo senza vita di Raffaele Marangio nello studio della sua abitazione in via Stuffler. Il rinvenimento avvenne il 26 luglio, ma la notizia venne diffusa solo diversi giorni dopo, il 12 agosto, con un appello a segnalare eventuali movimenti sospetti attorno alla casa nei giorni prima. Ma all’esito di tutte le verifiche, e del paziente esame dei filmati delle telecamere in zona, non sono mai emerse piste alternative al suicidio.
Il ritrovamento
Il corpo dello psicoterapeuta 78enne (docente Unimore in pensione) venne rinvenuto con una cintura stretta attorno al collo ma disteso supino, in una posizione ritenuta innaturale. O meglio, non compatibile in sé con una dinamica di suicidio per impiccagione. Faceva pensare all’intervento di qualcuno. Venne aperto un fascicolo per omicidio volontario, atto dovuto da parte della Procura per permettere alla Squadra Mobile della polizia di Stato di compiere sulla salma del professore tutti gli accertamenti necessari a fare piena luce sulla dinamica legata alla morte. Nel registro degli indagati venne iscritto dopo qualche giorno un 43enne tunisino che era paziente di Marangio, rintracciato in Piemonte. Venne sentito a lungo dagli investigatori, ma a suo carico non emersero mai elementi tali da condurre a una custodia cautelare. È sempre rimasto libero, e lo è tuttora.
Sette mesi di esami sulla salma
Sulla salma di Marangio sono stati compiuti approfonditi esami scientifici. È stata trattenuta in Medicina legale per quasi sette mesi, a disposizione nel caso emergessero nuovi elementi investigativi che richiedessero ulteriori esami. Ma non sono stati necessari, e il 14 febbraio 2026 i famigliari hanno potuto finalmente dargli l’ultimo saluto. Al contempo, la casa è stata dissequestrata. Prova di un’indagine chiusa nella sua sostanza, anche se non ancora nella forma, riconoscendo come plausibile la ricostruzione dei fatti fornita dal 43enne tunisino: che si sia trattato di un suicidio.
La ricostruzione
Da quanto emerso, il 43enne avrebbe trovato Marangio impiccato con la cintura all’inferriata della finestra dell’appartamento al piano terra. Anche se da un’altezza limitata, il trauma al collo era stato tale da condurre alla sua morte. La finestra era aperta, e il 43enne si rese conto subito della tragedia, rimanendo profondamente turbato. Istintivamente, forse per un sentimento di affetto e pietà verso il professore, il 43enne da fuori casa slacciò la cintura dall’inferriata. E in questo modo il corpo senza vita di Marangio scivolò sul pavimento, finendo nella posizione supina in cui è stato trovato. Una posizione effettivamente innaturale dopo un’impiccagione, legata all’intervento di una terza persona. Che però in base a tutti accertamenti compiuti in questi mesi, non risulta coinvolta nella dinamica che ha portato alla sua morte. Il tunisino poi sarebbe andato via senza dare nessun tipo di allarme perché non voleva avere guai con la giustizia, non avendo il permesso di soggiorno. A un anno di distanza, non sembrano esserci ipotesi alternative.
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