Omicidio di Montese, l’ipotesi degli inquirenti: «Daouda accoltellato nel letto, morto nel cercare aiuto»
È l’ipotesi più probabile per gli inquirenti: tentava di arrivare alla porta
MONTESE. Accoltellato nel sonno, mentre dormiva nel letto matrimoniale, dalla moglie che era accanto a lui. Non muore subito, si rende conto terrorizzato di quello che gli ha fatto. E cerca, disperato e sanguinante, con le ultime forze che gli restano, di raggiungere la porta dell’appartamento per chiedere aiuto. Ma non ce la fa, e collassa dietro la porta.
Gli ultimi istanti
È questa, secondo gli inquirenti, la ricostruzione più probabile degli ultimi istanti di vita di Daouda Sangarè, il 31enne ivoriano trovato morto la mattina del 2 agosto dietro l’ingresso dell’appartamento in cui viveva con la moglie in via Righi, a Montese. Ecco perché il suo corpo si trovava lì. E perché l’appartamento era pieno di macchie di sangue legate allo spostamento del ferito. Una ricostruzione agghiacciante: di omicidi purtroppo ce ne sono stati diversi negli ultimi anni in provincia, ma la vittima non era mai stata colpita nel sonno da una persona di cui si fidava totalmente, come nel Macbeth shakesperiano. Qui però con l’ulteriore lato tragico del non morire nel sonno, ma del rendersi pienamente conto di ciò che gli è stato fatto e di cercare una via di salvezza, in un ultimo disperato e vano tentativo di scappare. Si tratta al momento di un’ipotesi investigativa, per quanto considerata la più plausibile allo stato delle cose, bisognerà attendere gli esiti delle analisi scientifiche per capire se è effettivamente andata così alle 5 del 2 agosto.
L’autopsia
Fondamentale sarà in questo senso il lavoro del medico legale che effettuerà l’autopsia sulla salma di Daouda, arrivando a stabilire le esatte modalità dell’accoltellamento all’addome che gli è stato fatale e il tempo (pochissimi minuti, forse solo secondi) trascorso tra questo e la morte, con i movimenti intercorsi tra l’alzarsi dal letto e il crollare sul pavimento. Il medico è stato incaricato ieri – 18 agosto - dal gip Antonella Pini Bentivoglio su richiesta della pm Laura Galli, al termine dell’interrogatorio di garanzia nel carcere di Sant’Anna, dove la moglie di Daouda si trova rinchiusa da lunedì sera, condotta dai carabinieri. Sarà senz’altro un lavoro complesso quello del medico legale, che richiederà tempo. Tempo in cui arriveranno anche gli esiti delle analisi effettuate dai carabinieri del Ris di Parma nei due accessi all’appartamento. L’ultimo dei quali il 13 agosto, che ha portato probabilmente a chiudere il cerchio sugli elementi che, secondo gli investigatori, inchiodavano la donna, ivoriana di soli 21 anni.
Quale movente?
Resta avvolto invece nel mistero più totale il possibile movente di un’azione tanto efferata. Daouda, definito da tutti bravo ragazzo e grande lavoratore, teneva tanto al ricongiungimento con la moglie, ed era finalmente riuscito a farla arrivare, da meno di un mese. Per lei aveva anche cambiato casa, trasferendosi da Salto a Montese. In teoria doveva aver realizzato il suo sogno. In pratica, diversi testimoni hanno riferito di ripetuti litigi all’interno della coppia, anche se stavano assieme da così pochi giorni. Lei non parlava l’italiano e non usciva di casa, non c’era integrazione. È possibile che in questa chiusura, in questo suo vedere solo lui, la conflittualità si sia esasperata? E che lei a seguito del rientro a casa la sera, dopo che erano stati a una festa in paese, abbia deciso di ucciderlo nel solo momento in cui poteva essere certa di riuscirci, quando lui era inerme nel sonno? In questa ipotesi, dal letto doveva avere un buon coltello a portata di mano. Potrebbe dunque esserle contestata anche la premeditazione – lucidità confermata anche dall’aver fatto sparire l’arma del delitto, tuttora non rinvenuta – a ulteriore aggravante del reato di omicidio volontario, già aggravato dal vincolo di coniugio. Rischia più che mai l’ergastolo.
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