Letizia, ragazzo di Scampia che sognava la serie A
«Provengo dai quartieri poveri di Napoli, giocavamo in strada e le porte erano sacchi di spazzatura. Il pallone finì in un garage, lo trovai vicino a un cadavere»
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Sognava di fare il calciatore e ha capito che lo era già nel più profondo delle sue corde fin da piccolo, quando giocava davanti alle Vele di Scampia, ventre molle della criminalità organizzata, mettendo a segno gol in una porta che al posto dei pali aveva sacchi della spazzatura. Gaetano Letizia, 24 anni, dal 2012 gioca a Carpi ed è riuscito a trasformare in realtà il suo sogno bambino. Terzino, determinato in campo, dal cuore di velluto quando parla della sua terra, Letizia va fierissimo delle sue origini e si illumina radioso pensando a Scampia e alla sua gente, orgoglioso del riscatto che la sua lunga gavetta nel mondo del calcio gli ha donato, tra le file di una squadra di serie B che viaggia a gonfie vele verso la A. Un risultato sudato che premia un’infanzia difficile: Gaetano rimane senza mamma a soli 3 anni e cresce in una famiglia allargata composta da sei fratelli, allevati dal papà e dalla sorella della madre, Anna. «Non dimenticherò mai le mie origini. Sono nato vicino alla terra dei fuochi e, da piccolo, ho sempre fatto lo ‘zingaro’ di Scampia, un’espressione che uso per dire che ero sempre fuori, in mezzo alla strada dalla mattina alla sera – esordisce Letizia – Alla domenica, dicevo a mia zia, che io considero come una mamma: prepara le buste dell’immondizia che servono come pali della porta. Avevo 6 anni e abitavo in una delle Vele di Scampia, dove c’era un campetto in cui ci riunivamo per giocare a calcio, tra le sirene della polizia, siringhe dappertutto e continue retate per droga. Una volta, il pallone finì in un garage: quando scesi a prenderlo vi trovai vicino un tossicodipendente morto. Una delle tante persone morte che ho visto nella mia adolescenza… ».
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Quando ti hanno domandato di entrare in una squadra?
«Avevo 12 anni e mi chiesero di partecipare alle provinciale del Napoli. Poi, piano piano la mia carriera è cresciuta: mio fratello Tony, 28 anni, giocava nel San Vitaliano e anche io sono entrato nella stessa squadra. Mentre ero in questa società, mi hanno preso nella rappresentativa della Campania che selezionava i migliori ragazzi della regione. Alla San Vitaliano non volevano, però, che mancassi agli allenamenti, così di nascosto, prima mi allenavo con la rappresentativo e, lo stesso giorno, con i capelli ancora bagnati, facevo l’allenamento a San Vitaliano».
La tua carriera non si è certo fermata allora…
«Un giorno con la rappresentativa ho fatto un’amichevole in serie D contro il Pianura: il presidente mi volle a tutti i costi e l’anno successivo accettai la sua richiesta. Con il tempo convocato in prima squadra, mentre facevo ancora il barista perché il calciatore non era ancora un lavoro economicamente stabile per me. Mi alzavo alle 6 del mattino e dalle 14 alle 18 mi allenavo».
Quando hai sentito parlare del Carpi la prima volta?
«Quando partecipai ad una semifinale playoff nel Pianura proprio contro il Carpi. All’andata perdemmo 5-0 contro i biancorossi, al ritorno vincemmo 8-2. Cristiano Giuntoli, mi notò. Poi, però passarono due anni prima che mi chiamasse e io trascorsi quel periodo nell’Aversa Normanna. Quando arrivai a Carpi, il 26 luglio 2012, la squadra giocava in C1. E da allora l’ascesa è stata emozionante, ricca di sacrifici, ma inarrestabile. E speriamo con tutte le nostre forze di conquistarcela questa serie A. Lo voglio ardentemente, nel calcio vince chi ha più fame. Lo voglio per me, ma soprattutto per mio padre, che non ha mai abbandonato il sogno di vedermi calciatore, per mio fratello Tony che mi ha incoraggiato quando volevo gettare la spugna, per la mia mamma Anna, per mister Leccese, che ha creduto in me come terzino e la mia compagna Martina».
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