Le sfide della sanità: «Più finanziamenti per cure migliori»
La testimonianza di Paolo Vacondio, responsabile delle cure palliative al Policlinico di Modena
MODENA. Riguardo al tema della sanità pubblica abbiamo sentito il parere anche di un terzo medico oltre a quelli di Chiara Casarini e Federica Ronchetti, il dottor Paolo Vacondio, responsabile delle cure palliative al Policlinico di Modena.
Da cosa è nata la sua vocazione di diventare medico?
«Sono medico da più di 30 anni. La mia formazione è iniziata con il liceo scientifico quindi quando avevo la vostra età e fino a marzo-aprile della quinta pensavo di iscrivermi ad Agraria. Poi ho pensato che fare un lavoro tecnico non faceva per me. Volevo avere come oggetto del lavoro le persone. E quindi ho scelto Medicina».
Secondo lei, quali sono le criticità della sanità pubblica in generale e legate anche al suo reparto?
«Credo che i cittadini italiani spesso diano troppo per scontato il tipo di servizio al quale possono accedere. Ma dandolo per scontato ne vedono molto di più difetti e molto meno i pregi. Con il nostro servizio sanitario nazionale riusciamo ad ottenere delle performance di sanità paragonabili a quelle della Francia e della Germania e molto superiori a quelle degli Stati Uniti a costi molto ridotti. Ci sono differenze regionali abbastanza importanti nel nostro Paese. Ci sono regioni in cui le cose funzionano meglio e altre in cui funzionano peggio. Molti degli operatori sanitari lavorano con un fattore motivazionale legato a quello che fanno, quindi questo porta a una produttività o una disponibilità che rende possibile dei servizi anche sotto finanziati. C'è però un punto di rottura in un sistema del genere e forse ci siamo vicini».
La sua opinione riguardo a ciò che ha portato la pandemia di Covid-19?
«Io ho la sensazione che molti aspetti del Servizio Sanitario Nazionale stiano ricominciando a funzionare abbastanza come pre-Covid. Ci siamo portati dietro delle scorie, più che altro individuali. Il singolo professionista ha vissuto un'esperienza per certi aspetti traumatizzante e c'è chi è uscito meglio e chi peggio da questa esperienza. Secondo lei per risolvere alcune problematiche della sanità pubblica, è necessario un intervento dallo Stato o solo una riorganizzazione interna di alcuni reparti? «Degli spazi di razionalizzazione e ottimizzazione ci sono sempre. Non credo il limite della sanità italiana sia il management, cioè basso know-how nell'organizzare i servizi. Credo che davvero debba essere fatta una riflessione importante sul finanziamento del sistema sanitario. Perché siamo vicini al punto di rottura. Credo che il tema proprio del finanziamento sia centrale. Poi una capacità di rivedere i servizi, riorganizzarli sulla base di priorità condivise con gli enti pubblici, con sindaci, con chi rappresenta l'interesse dei cittadini».
Vede le cure palliative come una priorità?
«È un ambito molto particolare perché richiede un grosso sforzo anche al paziente, bisogna riorientare il modo di vedere la relazione tra chi cura e chi è curato. Quando le persone ricoverate incontrano un medico palliativista attivato dai medici ospedalieri nel tempo che abbiamo cerchiamo, una volta presa consapevolezza che la malattia non guarirà, a ragionare insieme su quali siano le priorità. Da lì poi costruiamo i progetti di assistenza. La parte tecnicamente complessa è fare quello che si chiama lavoro di promozione e di consapevolezza».
*studentesse del Liceo Muratori-San Carlo, classe 5E
