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Il racconto choc

Violenza sessuale a San Damaso, parla la vittima: «Da quel giorno la mia vita è cambiata»

Violenza sessuale a San Damaso, parla la vittima: «Da quel giorno la mia vita è cambiata»

La donna vittima dello stupro a San Damaso: «Non vado più a correre, ho attacchi di panico nei luoghi isolati. Denunciate sempre»

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MODENA. Da quel giorno la sua vita è cambiata. Non va più a correre, quando si trova in posti isolati ha attacchi di panico. Ha perso anche il lavoro. Tutte le sue certezze sono traballate in questi mesi. Di una cosa però è certa: «Sono pronta ad affrontare il processo, anche se questo comporterà rivivere tutto un’altra volta. Sono pronta, perché me lo devo. Lo devo a me stessa».

La violenza sessuale

È Giorgia, nome di fantasia, a parlare. Giorgia è la donna sulla cinquantina che il 19 agosto è stata violentata a San Damaso, nel percorso natura che, prima di allora, frequentava tutti i giorni. Un’aggressione dai contorni brutali, commessa da un 20enne finito in carcere dopo le indagini della Squadra mobile della polizia di Stato guidata dal dottor Mario Paternoster. Squadra mobile che, nelle scorse settimane, a seguito di accurate indagini, ha reso noto un altro aspetto drammatico di questa vicenda: il 20enne sarebbe l’autore di due tentativi di stupro avvenuti nei mesi precedenti: il 12 febbraio 2025 a Castelfranco e il 23 maggio 2025 nel Percorso Natura, più o meno nella stessa zona del 19 agosto. Entrambi, anche questi, ai danni di donne tra i cinquanta e i sessant’anni. Giorgia ora, assistita dagli avvocati Peter Martinelli e Cosimo Zaccaria, ha deciso di parlare e raccontare quanto avvenuto quel giorno. Lo fa con dolore, certo, ma con un obiettivo: invitare le vittime di violenza a denunciare, sempre.

Cosa stava facendo quando è iniziato tutto?

«Io sono una persona abbastanza sportiva. Andavo a correre tutti i giorni, anche in posti isolati, e non mi ero mai sentita in pericolo, mai. Quel giorno mi trovavo a San Damaso, sul Percorso Natura. Stavo correndo come facevo sempre. A un certo punto ho visto questo ragazzo in bicicletta, me lo sono trovato dietro e mi ha superata. Io mi sono fermata perché ho avuto un attimo di paura quando ho sentito la bicicletta correre così veloce dietro di me. Poi sono ripartita. Poco dopo mi è sbucato fuori da un cespuglio e mi ha fatto cadere con una spallata. Sono caduta rovinosamente a terra».

Che cosa è successo subito dopo la caduta?

«La prima cosa che ha fatto è stata buttarsi su di me con le mani al collo e un ginocchio sul petto. Non respiravo più e ho perso i sensi. Quando mi sono ripresa mi sono trovata legata dentro il cespuglio e lui ha abusato di me. Quando ha finito, la corda che aveva usato per legarmi me l’ha stretta al collo e mi ha detto che doveva uccidermi perché lo avevo visto in faccia. Io l’avevo visto benissimo, l’ho visto in faccia. L’ho supplicato di non uccidermi. A un certo punto si è distratto, penso abbia sentito un rumore, e io sono scappata dalla parte opposta, dove c’era gente che pescava. Sono passata sotto una rete, mi sono nascosta e poi sono riuscita ad arrivare in una casa a chiedere aiuto. Da lì sono arrivati l’ambulanza e i soccorsi. Lui non l’avevo mai visto prima, mai. Forse mi sono trovata nel momento sbagliato, nel posto sbagliato».

Quali conseguenze fisiche e psicologiche ha avuto questa violenza?

«Mi ha fatto perdere i sensi. Ho riportato una lacerazione a una corda vocale, mi ha spostato un osso del collo e c’era un ematoma grosso come una noce. Il collo era stato stretto completamente. Psicologicamente è stata una cosa che mi ha letteralmente devastata. Dal 19 agosto la mia vita si è rivoluzionata, è diventato un incubo. Mi sveglio di notte con quella scena che mi assale, ho attacchi di panico e di ansia, dormo poco. Sono seguita da psicologi e psichiatri e sto facendo un lungo percorso di recupero. Non posso fare certi tipi di lavoro psicologico perché devo rimanere lucida per potermi ricordare tutti i frangenti, anche in vista del processo».

Nonostante tutto, ha trovato la forza di denunciare e di collaborare con le forze dell’ordine, fornendo anche una dettagliata descrizione del suo aggressore.

«Assolutamente sì. Bisogna denunciare sempre e affidarsi alle forze dell’ordine. Voglio ringraziare di cuore tutta la squadra mobile della polizia di Stato che ha seguito il mio caso per il lavoro enorme che ha fatto. Io ho cercato di fare il possibile, di rimanere lucida e di ricordarmi tutto quello che era successo. Ho fatto l’identikit e mi hanno detto che la ricostruzione era perfetta, ma il grande lavoro l’hanno fatto loro. Quando ho saputo che era stato arrestato sono stata molto contenta, avevo fiducia in loro. Quel giorno li ho ringraziati tutti e sono scoppiata a piangere. Sapere che ci sono state altre donne vittime mi ha sconvolta, perché non avrei mai voluto che fosse successo a qualcun altro. Non vorrei che succedesse più a nessuno una cosa del genere, perché è veramente abominevole».

Com’è cambiata oggi la sua vita e che cosa si aspetta dalla giustizia?

«Non vado più a correre, non vado più in bicicletta. Quando mi trovo in un posto isolato la paura mi assale e arrivano gli attacchi di panico. Ho dovuto cambiare qualsiasi mia abitudine. Ho perso il lavoro, nonostante avessi riferito ai miei responsabili quanto subito. Dalla giustizia mi aspetto una sentenza congrua a quello che è stato commesso. Io sono fiduciosa. Vorrei essere di monito e dire a tutte di denunciare, di non avere paura e di affidarsi alle forze dell’ordine e alla legge. Prima o poi si arriva».

È pronta ad affrontare il processo?

«Sì, sono pronta. Perché me lo devo».

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