Gazzetta di Modena

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L’indagine

Banda dei portavalori, il basista confessa: «Ho concesso il terreno a Vignola per 250mila euro»

di Mattia Vernelli

	Le indagini delle Procure di Chieti e Modena
Le indagini delle Procure di Chieti e Modena

È di Castelvetro, ha 60 anni e gestiva in locazione il fondo agricolo che è diventato il covo dell’organizzazione criminale. Davanti al giudice ha rivelato: «Hanno alloggiato in un agriturismo della zona»

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VIGNOLA. «La banda mi ha chiesto di poter utilizzare il mio terreno come parcheggio di un camion e di alcune macchine, promettendomi in cambio 250.000 euro. Quel terreno lo gestisco in locazione da anni e l’immobile che si trova al suo interno lo utilizzo come deposito di legna». Sono le dichiarazioni rilasciate davanti al giudice dal custode dell’area diventata il covo della banda degli assalti ai portavalori. Il 60enne è incensurato e risiede a Castelvetro. La confessione è riportata dal quotidiano chietino Il Centro: il basista l’ha prima trascritta a mano, per poi confermarla davanti al gip Andrea Scarpa.

La confessione

«Il primo contatto è avvenuto il 16 marzo. Due albanesi (uno dei due è tra gli arrestati, ndr), si sono recati da me chiedendomi di poter utilizzare il mio terreno come parcheggio di un camion e di alcune macchine. Mi hanno assicurato che mi avrebbero dato i soldi entro 3 o 4 giorni, almeno una prima tranche da 50mila euro». Il 60enne nega di aver avuto precedenti incontri con i componenti della banda. «Ma appare certamente inverosimile – osserva la Procura – che i due soggetti albanesi si siano presentati all’indagato senza precedenti contatti per proporgli una collaborazione di questo tipo». I sospetti degli inquirenti sarebbero sul coinvolgimento di una persona che vive nel modenese e che avrebbero fatto da tramite tra la banda e il 60enne. Il basista, nella sua lunga confessione, afferma poi di «avere svolto delle piccole mansioni per le persone che mano a mano arrivavano sul fondo. Su richiesta, ho trovato una sistemazione per la notte per cinque persone, al prezzo di 190 euro, in un agriturismo della zona. Conosco il proprietario da tempo e gli ho fatto presente la possibilità di ospitare alcune persone che non avrebbero voluto essere registrate».

I banditi arrivano sul fondo agricolo

Il racconto del basista prosegue: «La mattina del 17 marzo nel mio fondo sono arrivati altri cinque uomini. Siamo andati a pranzo e a cena insieme. Mercoledì 18 marzo al mattino sono arrivate altre quattro persone tutte incappucciate, vale a dire con il volto coperto da una specie di passamontagna che lasciava scoperto solo gli occhi». Ed a questo punto che l’uomo avrebbe capito le intenzioni della banda. «Ho saputo che dovevano assaltare un portavalori, l’ho saputo sentendoli parlare. A quel punto ho avuto una brutta sensazione. Ho provato paura per me e per i miei famigliari. Alle 16,30 sono andato via perché ero stanco e dovevo andare a farmi una doccia. Solo successivamente ho appreso dell’intervento delle forze dell’ordine». Per ora, il custode rimane in carcere. «La condotta successiva al reato – scrive il giudice – appare sicuramente apprezzabile, ma non è tale da sminuire la rilevanza di quella precedente, posta in essere in conseguenza di una proposta fin dal primo momento irricevibile per i suoi evidenti profili di illiceità».

L’operazione della polizia

L’obbiettivo era un furgone blindato dell’azienda Battistoli carico di oro per un valore compreso tra i 6 e gli 8 milioni di euro in partenza da Bologna. Quando sono stati fermati i componenti della banda indossavano già le tute sopra gli abiti, avevano guanti e passamontagna. Erano pronti per imboccare l’autostrada a Valsamoggia e scatenare l’inferno. Le indagini della Procura di Chieti sono partite dalla rapina da 400mila euro a un partavalori in transito da Ortona. La svolta arriva il 10 marzo, quando gli agenti del commissariato chietino osservano due componenti della banda, in un ristorante a Rimini. La polizia poi li segue e li sorprende mentre ispezionano l’esterno delle filiali della Battistoli, a Bologna. Un secondo sopralluogo della banda il 14 marzo, quando altri due componenti fotografano, misurano e calcano le distanze del percorso dei blindati. I poliziotti accertano che la banda è pronta a colpire il 18 marzo.

I droni vedono tutto

I banditi si radunano nel fondo agricolo a Vignola, e la polizia controlla quel terreno all’alba con un drone che vola alto e resta invisibile. L’occhio elettronico, come scrivono i colleghi abruzzesi, riprende tutto, anche quando alle 6.27 arriva un tir bianco. Alla guida c’è uno dei rapinatori che scarica il materiale nascosto nel rimorchio: sei taniche di benzina da utilizzare per incendiare i mezzi dopo il colpo e nascondere le prove, ma anche una borsa pesante contenente kalashnikov, una moto-troncatrice per tagliare le lamiere dei portavalori da assaltare. Quando la banda si riunisce, alle 15, a Vignola, la polizia entra in azione e arresta i 14 uomini. Nelle perquisizioni nel covo, trovano giubbotti antiproiettili e veri e propri strumenti da guerra. È proprio per questa organizzazione militare che il giudice Scarpa contesta, per la prima volta in Italia, un reato di recente introduzione l’articolo 628-bis del codice penale, per le rapine commesse da un gruppo organizzato, con pena dai 10 ai 25 anni.