La morte di Anna Maria e il Mostro di Modena: perché la verità si può trovare 32 anni dopo
Anna Maria Palermo fu trovata cadavere a 20 anni il 27 gennaio 1994 in un canale. L’avvocato Barbara Iannuccelli: «I nuovi strumenti d’indagine possono portare a incastrare chi l’ha uccisa»
MODENA. «Confidiamo che vengano riaperte le indagini sulla morte di Anna Maria e si proceda con gli esami scientifici che non erano possibili all’epoca e che possono portare ora a una svolta sul caso. Conoscendo la sensibilità del procuratore capo Luca Masini e la sua preparazione tecnica, siamo ottimisti».
È passato un mese da quando sono state presentate direttamente nelle mani di Masini oltre mille firme per chiedere la riapertura delle indagini sul cosiddetto “Mostro di Modena”. Ancora non sono arrivati riscontri sulla possibilità tecnica di dare seguito all’istanza, ma l’avvocato Barbara Iannucelli ci crede. Crede che si arriverà a sottoporre a esame scientifico i reperti relativi agli omicidi di otto donne uccise a Modena tra il 1985 e il 1995, per trovare nuovi elementi che portino ad individuare il responsabile. O i responsabili.
Ci crede soprattutto per il suo caso, quello per cui ha curato un’istanza specifica, sull’omicidio di Anna Maria Palermo, la ventenne carpigiana ritrovata cadavere il 27 gennaio 1994 in un canale attiguo a via Formigina. Era in posizione supina, sott’acqua, e sul corpo erano presenti i segni di undici coltellate. Il legale, del foro di Bologna, ha chiesto la riapertura del caso per conto del fratello della vittima.
Avvocato, un mese dopo è ancora convinta che arriverà una risposta positiva?
«Assolutamente sì, credo molto nelle motivazioni portate a supporto dell’istanza. Come ha sottolineato una sentenza di Cassazione, i casi possono essere riaperti non solo se emergono elementi nuovi, ma anche se c’è un nuovo progetto investigativo. E la richiesta di analisi dei reperti con la nuova scienza – a caccia di Dna e impronte papillari – lo è eccome. Il punto è un altro».
Quale?
«Quanti e quali reperti sono ancora conservati in merito all’omicidio di Anna Maria. Io ho esaminato il verbale di sequestro, ma non so quanti di questi elementi sono ancora conservati, tra Ufficio reperti e Medicina legale. Sono convinta che la Procura sta facendo le opportune verifiche in merito: se i reperti ci sono, le analisi verranno fatte».
Secondo lei, su quali elementi in particolare bisogna concentrarsi?
«Intanto sulla siringa che fu trovata vicino al cadavere (la ragazza faceva uso di droga, ndr). Sappiamo che vi furono trovati due tipi diversi di sangue, entrambi differenti dal sangue della vittima. Dunque è ipotizzabile che ci fossero almeno due persone con lei: chi erano? Poi il fazzoletto, su cui è stato rinvenuto un tipo di rossetto diverso da quello che Anna Maria aveva nella borsa. E ancora, la pietra che fu trovata sopra di lei, anch’essa sporca di sangue. Era lì perché qualcuno voleva essere certo che morisse, oltre che per le ferite, per annegamento? E poi ovviamente sarebbe molto interessante analizzare minuziosamente oggi il coltello con cui fu colpita, ritrovato anch’esso sul luogo. Questi sono solo i primi pressanti elementi d’attenzione. Sono motivi per svolgere accertamenti tecnici ripetibili».
Un cold case la cui soluzione può arrivare dunque 32 anni dopo?
«Siamo convinti che la nuova tipologia di analisi che possono essere effettuate oggi porti a capire molto di più su quello che è successo a questa ragazza. È un lavoro senz’altro complesso, ma che può essere fatto. Deve essere fatto, se si vuole renderle giustizia. Non è detto che tutti i reperti elencati nel sequestro siano ancora presenti. Ma se lo fossero anche solo i principali, potrebbero rivelare comunque molto, alla luce della moderna scienza. Confidiamo che ci arrivi al più presto una risposta positiva dalla Procura sulla possibilità di procedere».
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