Il soccorso provvidenziale dell’infermiera Viktoriya: «Ho visto quella donna senza gambe, dovevo intervenire»
Viktoriya Prudka lavora al Policlinico e sin dall’inizio ha assistito la turista tedesca 69enne schiacciata contro la vetrina del negozio Dallari dall’auto guidata da El Koudri: «Ho fatto solo quel che dovevo»
MODENA. «Io e mia figlia eravamo appena passate davanti a quella vetrina. Abbiamo sentito un boato, ci siamo girate indietro e abbiamo visto quella donna a terra senza più le gambe. Mia figlia mi diceva: “Mamma no, non andare!” perché pensava fosse un attentato. Io mi sono girata e le ho detto: “No, torniamo”.
È la testimonianza di Viktoriya Prudka, l’infermiera ucraina che sabato ha salvato la vita alla turista tedesca 69enne a cui l’auto guidata da Salim El Koudri aveva amputato le gambe. In quel momento stava passeggiando in via Emilia centro con sua figlia 24enne e non ci ha pensato un attimo a intervenire, nonostante i rischi. Sposata con Francesco Messori Roncaglia, capo allenatore e presidente di Fifteen Wilds - All Bluff Rugby Mutina, in Italia da 28 anni, lavora al Policlinico in Pneumologia, reparto di Terapia semintensiva. In Ucraina aveva già fatto Medicina, ed era ormai paramedico. Ma gli esami non le sono stati riconosciuti in Italia, e nel 2017 ha dovuto iniziare da zero gli studi in Scienze infermieristiche.
Cos’ha fatto quando ha capito l’emergenza?
«Tornata indietro ho visto un medico già lì da quella donna rimasta senza gambe che chiedeva forbici per tagliare i pantaloni della ferita. Gli ho detto: “Ce le ho io nella borsa, eccole!”. E siamo intervenuti insieme: lui si è tolto la cintura e ha usato quella per fermare l’emorragia nella gamba destra. Io gridavo che serviva un laccio emostatico, e miracolosamente qualcuno me l’ha gettato, non so chi sia stato. Con quello ho fermato il sangue nella gamba sinistra».
Se non fosse arrivato nessuno, sarebbe morta?
«Sì, con una simile perdita di sangue, sarebbe morta dissanguata in cinque minuti».
È rimasta cosciente?
«Sì, è rimasta sempre cosciente, e io ho cercato di mantenerla tale facendola parlare. Mi ha detto che era una turista tedesca che era venuta a Modena a vedere il Duomo».
Si è accorta di aver perso le gambe?
«Ha capito che era stata travolta, ma non si rendeva conto della gravità delle ferite. Quando si ha un’amputazione, all’inizio si pensa di avere ancora l’arto completo. Lo dico per esperienza: anch’io ho avuto la parziale amputazione di un dito, quando avevo quattro anni. Quando cercava di alzarsi per vedere le gambe, io la tenevo giù cercando di tranquillizzarla e di non farle capire cosa le era accaduto. Le dicevo: “Stai tranquilla, adesso arrivano i soccorsi, andrà tutto bene”».
Cosa le ha detto?
«“Non aver paura, sono un’infermiera”. Lei ha spalancato i suoi grandi occhi azzurrissimi, che non dimenticherò mai, e mi ha detto: “Anch’io”. Mi si è stretto il cuore, mi sono detta: “Al suo posto potevo esserci io, se solo passavo di qui pochi secondi dopo”. Le ho chiesto dove era andata, mi ha risposto che poco prima era stata al bar, e aveva preso un ottimo caffè. Mi ha detto che Modena le era piaciuta, e che sarebbe voluta tornare. Io le ho risposto che sarebbe certamente tornata».
Quanto tempo è stata lì con lei?
«Direi una ventina di minuti, finché non è arrivata l’ambulanza che l’ha caricata e portata d’urgenza in ospedale. Ho saputo che sta migliorando e vorrei andarla a trovare, se fosse possibile. Credo che le farebbe piacere vedere un volto amico».
Sua figlia mentre lei soccorreva dov’è rimasta?
«È andata nella tabaccheria, dove una mamma, credo una dottoressa, aveva lasciato i suoi due bimbi per andare a portare soccorsi ai feriti. È stata lì con i bimbi, assieme a un’altra ragazza».
Lei cos’ha fatto quando è arrivata a casa?
«Ho cinque figli in tutto. Il ragazzo di 13 anni doveva uscire in centro con la sorella, ma gli ho detto: “No, tu in centro oggi non ci vai”. Mi sono venuti i brividi a pensarci: era pieno di ragazzi sabato pomeriggio in centro. Se quella macchina non si fosse schiantata, poteva fare una strage inimmaginabile. Poi la domenica sono andata a lavorare, anche se non è stato facile».
Come sta ora?
«Non dormo bene la notte, ripenso tanto a quelle scene».
Si sente un’eroina?
«No, ho fatto quello che dovevo, niente di più».
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