Salim El Koudri, il padre disperato: «Vorrei chiedere scusa, ma non ci sono parole per una cosa così brutta»
La famiglia del 31enne autore della tentata strage in via Emilia centro a Modena è distrutta: il papà non va più al lavoro per la vergogna, la mamma piange sempre e la sorella, che vive a Bologna, è incredula
MODENA. Il dramma della strage sulla via Emilia è anche il dramma dei genitori di Salim El Koudri, che soffrono più di lui per l’accaduto. Non è un modo di dire: padre e madre sono letteralmente a pezzi, al punto da non trovare neanche più il coraggio di farsi vedere in giro a Ravarino. Il padre ha preso tutte le ferie che aveva perché non sopportava la vergogna di farsi vedere sul posto di lavoro dopo quello che era successo. La madre piange in continuazione e continua a chiedere dei feriti, soprattutto delle donne. La sorella, che vive a Bologna, è ancora incredula sul fatto che l’amato fratello abbia potuto fare una cosa del genere. È il drammatico quadro famigliare che emerge dalle parole dell’avvocato Fausto Gianelli, che ha incontrato i genitori domenica. Sono venuti nel suo studio in cerca d’aiuto per il loro ragazzo che ha fatto ciò che nessuno a casa avrebbe mai immaginato.
Il padre
«Il papà di Salim è un uomo di grande cultura e sensibilità – riferisce Gianelli – si è laureato in Lettere in Marocco ed è sempre stato una degnissima persona. Ha conosciuto la moglie ai tempi dell’università: anche lei è una donna colta, ha lasciato gli studi quando le mancava un esame alla laurea. Qui in Italia lui si era adattato a un umile lavoro da operaio, che non rispecchiava certo i suoi studi, ma che gli permetteva di avere un buon stipendio e mantenere la sua famiglia. È sempre stato un uomo religioso, ma senza alcun tipo di fanatismo: quando il figlio da adolescente gli ha detto che non voleva più andare in moschea, gli è dispiaciuto molto, ma ha rispettato la sua decisione senza imporgli nulla». La reazione quando ha saputo quello che aveva fatto il figlio sabato in centro a Modena è stata drammatica: «Non riusciva a crederci, poi guardando i video con la macchina ha capito che non potevano esserci dubbi, che quella era sicuramente la macchina di suo figlio, e che era lui che aveva fatto tutto questo. Non riusciva a resistere dalla vergogna, dopo aver avuto in casa la perquisizione: ha preso tutte le ferie che aveva al lavoro per non farsi vedere dai colleghi di Nonantola. “Non ce la faccio a farmi vedere da loro dopo quello che è successo – mi ha detto – ho troppa vergogna per mio figlio”. Mi ha detto anche: “Vorrei chiedere scusa a tutti per quello che ha fatto, ma non posso. Non ci sono parole adatte per scusarsi per una cosa così brutta”. Sono sentimenti forti, è disperazione vera quella che stanno vivendo».
La madre
Sulla stessa linea la madre: «Lei non esce più a fare la spesa – spiega Gianelli – vive la stessa vergogna. Ma a differenza del padre lei piange di più. L’ho vista piangere più volte in studio. Dice che prega sempre per tutte quelle persone ferite, e chiede delle loro condizioni. Chiede in particolare delle donne, e di quella che ha perso le gambe (è una sola alla fine, contrariamente a quanto emerso all’inizio, ndr) spera tanto che possa salvarsi e trovare la forza di andare avanti».
Figlio “modello”
«È quella che si potrebbe dire una famiglia modello sul piano dell’integrazione e dell’educazione – sottolinea Gianelli – che erano certi di aver trasmesso al figlio. Ne erano certi vedendo i bellissimi risultati che aveva a scuola: mi hanno detto che era tra i migliori della classe, se non il primo della classe alle medie, e che per questo i prof gli avevano consigliato di fargli fare a Modena un liceo impegnativo come il Tassoni. L’aveva completato brillantemente, al punto da continuare gli studi conseguendo dopo la triennale in Economia. Racconto solo questo episodio: mi hanno detto che una volta Salim ha perso il bus perché è sceso dopo essersi accorto che non aveva il biglietto. Non avrebbe mai fatto il viaggio senza, era molto ligio alle regole. Poi le cose sono iniziate a cambiare nel 2021: si sentiva agitato e ha iniziato a seguire un percorso al Centro di Salute Mentale. Ma un anno e mezzo di cure gli avevano fatto bene, sembrava tutto a posto nel 2023. Poi negli ultimi tempi si era tornato a chiudere, e parlava poco in casa».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
