Omicidio a Modena, i colleghi di Dino: «Era stanco, lei lo trattava male e diceva che i soldi non bastavano mai»
D’Ulizia, ucciso a coltellate da Giorgia De Martino, lavorava alla cooperativa sociale Onyvà e si occupava di sfalci e manutenzione del verde: «Era buono, non possiamo negare che avesse problemi con l’utilizzo di sostanze stupefacenti ma non meritava una fine così»
MODENA. «Qui a lavoro non lo vedevamo da un po’... lui ci parlava spesso di questa relazione, diceva che era stanco. Lei lo trattava male, diceva che i soldi non gli bastavano mai». I colleghi di Rolando “Dino” D’Ulizia, il 44enne ucciso a coltellate sulle scale di un condominio di via Tignale del Garda dalla compagna Giorgia De Martino, non lo vedevano da tempo.
Il dolore dei colleghi
Era da diverse settimane che non si presentava al lavoro presso la Cooperativa sociale Onyvà, dove si occupava di sfalci e manutenzione del verde. Ma chi lavorava con lui lo ricorda bene: «Era un ragazzo buono, tranquillo – continuano – Facevamo anche cene tra colleghi, lui veniva. Aveva problemi con l’utilizzo di sostanze stupefacenti, non possiamo dire che non sia vero. E nell’ultimo periodo non veniva più al lavoro, probabilmente perché non stava più bene. Sapevamo di questa relazione, lui ci diceva che lei lo trattava male, ma non pensavamo arrivasse a tanto. Non meritava una fine così. Possiamo solo dire che ci mancherà, noi gli volevamo bene».
D’Ulizia, classe 1982, è stato ritrovato senza vita nell’androne del condominio dove viveva Giorgia De Martino, 43 anni, arrestata dai carabinieri. Tra i due era in corso una lite furibonda, quando lei ha impugnato un coltello con una lama da 19 centimetri e lo ha colpito più volte, uccidendolo.
I vicini di casa
Dino, così lo chiamavano gli amici, viveva poco distante, in via Como, con la mamma e il fratello minore. Raggiunti dalla notizia, i famigliari sono sprofondati nel dolore che solo la perdita di un figlio e di una fratello può causare. Per precauzione, un’ambulanza è arrivata davanti a casa, sono scesi i sanitari a offrire supporto in caso di bisogno. Nella palazzina (in cui risiede una dozzina di nuclei familiari) tutti conoscono la famiglia, che si era stabilita lì da diversi anni ormai. Ma di loro si sapeva poco: persone riservate, non particolarmente espansive. «Conosco bene i D’Ulizia – racconta una vicina di casa – Abitavano qui da ben prima di me e qui li conoscono tutti. Sono sempre stati di poche parole, con la madre giusto qualche ciao se io per prima la salutavo, altrimenti niente. I due fratelli li vedevo più spesso entrare e uscire. Mi dispiace molto per quello che è successo, sapevo che Dino aveva una relazione con una donna che abitava qui vicino, ma nulla di più. Come detto, erano persone molto riservate. Posso dire solo che sentivo spesso urla provenire dall’appartamento, venivano persone da fuori che spesso alzavano la voce, c’erano delle liti. Ma per quanto mi riguarda non hanno mai creato problemi, né con me né con altre famiglie. Che riposi in pace», conclude la vicina di casa.
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