Il processo al colonnello Cati, due soldatesse: «Ci faceva lavare i genitali ai cavalli per punizione»
Le testimonianze dei militari che hanno denunciato l’ex capo del Centro ippico militare dell’Accademia di Modena. Un soldato: «Per lui ero spazzatura, l’ultimo degli ultimi. Non dormivo più la notte e avevo crisi d’ansia»
MODENA. «Ero ghettizzato, per lui ero l’ultimo degli ultimi. Ero come spazzatura. Mi dicevo: “No, non può essere questo l’Esercito, non può essere l’esperienza che ho vissuto a Modena con Giampaolo Cati». È un passaggio dell’intensa testimonianza che ha tenuto ieri un 32enne che è stato soldato al Centro ippico militare (Cim) dell’Accademia di Modena sotto il comando del tenente colonnello Cati (ora trasferito ad altro incarico), finito a processo per molestie persecutorie, violenza privata e abuso d’autorità. A denunciarlo, 11 militari, tra soldati e soldatesse (non cadetti), di cui 9 ammessi come parte civile (avvocato Massimiliano Strampelli di Roma). L’imputato invece è difeso dall’avvocato modenese Guido Sola (con Francesca Romana Pellegrini). Parti civili anche il Sindacato dei Militari (avvocato Piero Santantonio di Forlì), il sindacato dei carabinieri Unarma (avvocato Roberto Beretta di Monza) e la Fondazione Doppia Difesa (Claudia Sorrenti di Roma). Dopo una lunga pausa, mercoledì 4 marzo il processo è ripreso davanti al nuovo giudice Serena Santini (il pm invece è sempre Federica Benati).
Le due soldatesse
Ieri hanno testimoniato contro Cati anche due ragazze. «Avevo paura di lui – ha detto una 30enne – diceva di conoscere qualsiasi persona, generali, colonnelli... Quando si avvicinavano i concorsi, eravamo sotto scacco per paura di ripercussioni sui punteggi. Subivamo tutto: se lui rideva, potevamo ridere, se non rideva, no. Quello che diceva lui era sempre giusto, quello che dicevamo noi no. Usava un gergo volgare tutti i giorni, non certo consono al ruolo. Ci faceva lavare tutti i giorni i genitali ai cavalli come punizione, anche se il veterinario diceva che non era assolutamente necessario. Mi ha segnato l’esperienza con lui, e mi sono congedata a gennaio 2022. Dopo ho fatto la commessa in un centro commerciale di Modena, ma ero sempre in ansia: avevo paura di incontrare lui e sua figlia più grande. Pensavo di riuscire a superare da sola quello stress psicologico, ma oggi credo di non avercela ancora fatta». «Ogni nostra azione era il pretesto per arrabbiarsi – ha confermato una 31enne – usava un linguaggio del tutto scurrile, pieno di considerazioni personali. “Quell’uomo non serve a niente” ha detto a un collega in mia presenza. A me, mentre sistemavo gli ostacoli per i cavalli, diceva: “Dai, muoviti! Sei lenta, devi dimagrire!”. Non mi ha mai voluto in tenuta con i leggings nelle foto: per lui non ero adatta a fare immagine. Mi dava della goffa, dell’incapace. Sono dovuta andare da una psicologa. E ho abbandonato l’Esercito».
Il soldato
«A Modena sono rimasto dal gennaio 2019 al gennaio 2022 – ha invece raccontato il soldato, tuttora nell’Esercito, in altra sede – Nell’aprile 2019, dopo soli quattro mesi, era già finito il mio buon rapporto con Cati perché non volevo più montare a cavallo. E allora per lui finii nella squadra di quelli che considerava di serie B. Di più, per lui ero il leader negativo che contagiava gli altri. Per questo mi isolava, e mi metteva tutto il giorno a fare il fieno da solo, dalle 8 alle 16.30 da solo. Mi ha reso tutto invivibile: ero il suo passatempo preferito». «Mi ha reso la vita un inferno, mi chiamava di continuo “stupido, incapace!”. Ma proprio incapace non devo esserlo, se nel percorso che ho fatto dopo Modena ho ricevuto quattro encomi. Qui non dormivo più la notte. Avevo crisi d’ansia: in una notte arrivavo a mangiare anche 20 pacchetti di crackers. Quando facevo il turno da 24 ore e smontavo al mattino alle 8, mi ha richiamato in servizio per cose assurde. Una volta mi ha richiamato per mettere dritto un quadro con un soldato, del tutto somigliante a lui, col cavallo Narciso. Una roba da ventennio. Un quadro che peraltro non rischiava di cadere, era solo spostato dal muro. Un’altra volta mi ha fatto richiamare per mettere una zanzariera. Un’altra ancora per montare le tende bianche in sala conferenze. E ancora, quando prendevo le licenze, mi faceva perdere il treno per tornare a casa. Mi è costata tanto questa cosa qua: dovevo buttare via il biglietto da 60 euro e prenderne un altro all’ultimo, che me ne costava 120. Arrivavo sempre tardi a casa, e così mi ha fatto anche litigare con la fidanzata». Il giudice ha chiesto se avesse protestato, e lui ha risposto che in una prima fase no, né lui né altri trovavano il coraggio per paura di ripercussioni. «Sapeva che dovevamo fare dei concorsi, e quando ce n’era uno in vista ci diceva: “Guardate che io vi faccio abbassare le note caratteristiche, io vi blocco la carriera”. Dovevamo solo eseguire i suoi ordini, anche se non era il nostro ufficiale di comando in scala gerarchica. Eravamo come uno Stato a parte dentro l’Esercito, con una linea di comando stravolta, ma l’ho capito dopo. I nostri comandanti veri io per molto tempo non li ho mai visti. A me Cati diceva: “Tu non sei nessuno per pensare. Non sei pagato per pensare, ma per eseguire. Se vuoi pensare, vai alla scuola ufficiali”». Il 32enne ha confermato, come i testimoni delle scorse udienze, che le cose sono cambiate solo con l’arrivo, nel settembre 2021, del tenente colonnello Giuseppe Manzi, nuovo superiore di Cati, che iniziò a fare visite frequenti al Cim, a differenza del passato. E a sentire i soldati uno per uno, per capire le ragioni del loro malessere. «Sono molto soddisfatto dell’udienza – ha commentato all’uscita l’avvocato Strampelli – i fatti stanno emergendo tutti in un clima senza astio (nonostante la presenza dell’imputato, ndr), come ha rilevato il giudice».
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