Sessismo e minacce in Accademia, in aula le testimonianze contro il colonnello Cati: frasi sconcertanti
Una soldatessa trentenne e un sergente maggiore in aula nel processo contro l’ex capo del Centro ippico militare: «Si viveva in un clima di terrore, ragazzi in lacrime e umiliati»
MODENA. «Vivevamo in un clima di terrore psicologico, tanto da decidere di abbandonare l’esercito. E quando sono tornata in Puglia, per 4-5 mesi sono rimasta disorientata: dovevo ricostruirmi una vita civile». È un passaggio della drammatica testimonianza di una delle soldatesse che accusano il tenente colonnello Giampaolo Cati, ex capo del Centro ippico militare (Cim) dell’Accademia di Modena, a processo per molestie persecutorie, violenza privata e abuso d’autorità. A denunciarlo, 11 militari, tra soldati e soldatesse (volontari in ferma prefissata, non cadetti), di cui 9 ammessi come parte civile (tramite avvocato Massimiliano Strampelli di Roma). L’imputato invece è difeso dall’avvocato modenese Guido Sola (assieme a Francesca Romana Pellegrini). Parti civili anche il Sindacato dei Militari (avvocato Piero Santantonio di Forlì), il sindacato dei carabinieri Unarma (avvocato Roberto Beretta di Monza) e la Fondazione Doppia Difesa (avvocato Claudia Sorrenti di Roma). Ieri davanti al giudice Elena Quattrocchi le due prime, intense, testimonianze.
La soldatessa: «Sessismo e umiliazioni, ero distrutta»
Si è iniziato con quella di una 30enne che prestò servizio al Cim dal 2019 al 2021. «Ho dovuto subire cose assurde – ha raccontato – mi aveva etichettata per il mio aspetto fisico con battute che non dimenticherò mai. Una volta d’estate mentre spazzavo per terra, parlando con un’altra persona disse: “Guarda che scopatrice!”. E un’altra volta: “Come scopa quella, non scopa nessuno”. Rimasi disgustata, ma subivo tutto, perché se lo contrariavi diventava aggressivo, con urla, offese e calci alle porte. Un’altra volta, prendendosi una confidenza che non gli avevo dato, mi fece vedere sul telefono il messaggio che gli aveva mandato una donna del sud e mi disse: “Voi siete calde da queste parti eh?”. Ti etichettava per l’aspetto che avevi. Ho visto piangere una mia collega che era più in carne per le offese: “Muoviti, muoviti, dai, così dimagrisci un po’!” le diceva. Un’altra volta mi fece vedere i commenti social a una foto che aveva messo mentre faceva ippoterapia con un disabile. Gli scrivevano delle donne e lui mi disse: “Guarda come le addolcisco!”. Mi disgustava che potesse usare le sue foto con i disabili per addolcire le donne. Sui social dava un’immagine di sé che era completamente diversa da quella reale». La ragazza ha riferito anche di orari di lavoro insostenibili, e di mansioni assurde: «Dovevamo iniziare la mattina alle 8, ma ci voleva lì almeno mezz’ora prima. Al pomeriggio dovevamo finire alle 16.30, ma non potevamo andare via finché non lo diceva lui. “Io se voglio ti faccio rimanere fino a tarda sera” ci diceva, come se fossimo sua proprietà. Finivamo spesso alle 18.30 o oltre, ma non voleva che figurasse come straordinario. Ci faceva pulire i genitali dei cavalli fino a tardi, anche se non ce n’era bisogno: era una sorta di punizione per farci stare lì più tempo, se l’avevamo contrariato in qualcosa. Bisognava assecondarlo: chi gli mostrava ostilità, subiva comportamenti peggiori. Non potevo godere dei riposi per il recupero psicofisico – ha continuato – andavo a letto con l’ansia, mi svegliavo con l’ansia. Mi sfogavo sul cibo, avevo preso dieci chili. Sono dovuta andare in psicoterapia per mesi fino a fine 2021, quando mi sono congedata. Mi ha rovinato la vita. Le cose hanno iniziato a cambiare solo con l’arrivo del suo nuovo superiore, il tenente colonnello Giuseppe Manzi, che vedendoci tornare sempre tardi la sera, e stare male, cominciò a chiamarci a uno a uno, chiedendoci cosa succedeva. È stata la prima volta che ho avuto la percezione di una persona che volesse davvero capire e aiutarci».
La testimonianza del sergente maggiore: «Ho visto ragazzi in lacrime»
Ieri ha testimoniato anche il sergente maggiore 37enne che, come vice comandante di plotone, percepì la gravità della situazione appena arrivato. «Venivo da 14 anni di Brigata Sassari – ha raccontato – vedevo questo incarico al Cim come un’occasione di crescita, non mi facevo intimorire. La prima volta che incontrai Cati, mi disse: “Ti hanno già detto che sono uno stronzo?”. Io gli risposi sorridendo: “No, ma me lo hanno fatto capire”. Non volevo scontri, partimmo serenamente. Ma dopo un mese che ero lì vidi ragazzi e ragazze venire da me sconvolti per quello che accadeva. Una ragazza piangendo mi disse: “Ma non si può fare niente per quello lì? Guardi, è uscito un bando per gli alpini, io vado in capo al mondo pur di scappare da questo inferno”. “Io non riesco più a dormire – mi raccontò un altro ragazzo – mi sveglio e devo mangiare. Le uniche notti in cui riesco a dormire è quando il giorno dopo non lavoro”. Mi turbò molto vedere non dei ragazzi, ma dei trentenni in quella situazione: il superiore nell’esercito deve essere una figura di conforto nel momento del bisogno, non fonte di angoscia. Vidi piangere anche la signora 50enne che faceva le pulizie: “Non ce la faccio più, mi tratta sempre malissimo” mi disse. Io dissi a Cati: “I ragazzi non stanno bene”. Lui rispose: “È così qui: se ti piace bene, sennò vattene”. Le allusioni sessuali erano all’ordine del giorno, lui stesso le chiamava “il sistema Cati”. Divideva le persone nella squadra A, fatta di quelli che erano accondiscendenti, e nella squadra B, quelli che lo contrariavano. E che avevano le mansioni peggiori. Tanti sono scappati, minacciò anche me: “Guarda che ti faccio trasferire, ti mando negli alpini”. Io gli risposi: “Ho moglie e figlia, ma non mi spavento: sono sardo, ho fatto 14 anni di Sassari, per me non è un problema andare negli alpini”. Un’altra volta lo sentii dire: “Se voglio fare male a una persona io mi attacco al suo collo finché non la vedo morire”». Il sergente ha confermato orari di lavoro ben oltre il limite, sfuriate (una volta anche con il lancio di una sedia) e raffiche di messaggi anche nei giorni di licenza. «Mi venne la tachicardia per l’ansia – ha sottolineato – non dormivo più». «La situazione si scoperchiò solo con l’arrivo del nuovo comandante di Corpo, il tenente colonnello Manzi, a settembre 2020. Un giorno mi vide preoccupato e mi disse: “Se vuoi, vieni da me e racconta”. Ci andai. Mi ascoltò per delle ore. “Tutto quello che mi stai dicendo è molto grave e di rilievo penale – osservò – questi ragazzi possono confermare?”. Io gli risposi di sì. Così anche loro vennero a parlare con lui, raccontando tutto».
Le mansioni incredibili disposte: «Minacce sui proseguimenti di carriera»
Dalle testimonianze sono emerse anche mansioni incredibili disposte dal tenente colonnello Cati, e minacce anche sui proseguimenti di carriera. «Per due mesi mise della gente a raccogliere sassolini dal pavimento – ha raccontato il sergente maggiore 37enne – senza dare nessuna spiegazione». «C’era un ragazzo che sognava di entrare nei carabinieri – ha proseguito – e voleva fare il concorso. Ero presente e sentii un giorno mentre Cati gli diceva: “Non ci andare neanche al concorso, tanto non lo passi”. Era un ragazzo preparato, superava sempre le prove fisiche e i test. Ma poi inspiegabilmente non veniva giudicato idoneo. Dopo che Cati è stato rimosso dal suo incarico, nel dicembre 2021, ha ritentato il concorso e ha vinto. Adesso è in servizio nei carabinieri da due anni». L’avvocato Sola, difensore di Cati, ha chiesto di mettere a verbale la cosa, ma il sergente ha ribadito: «Posso confermare che da due anni questo ragazzo presta servizio nei carabinieri».
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