Mezzetti dopo la tragedia: «Non chiuderemo il centro storico, vincerebbe la paura»
Il sindaco di Modena: «La sicurezza è la priorità, parleremo presto delle barriere di sicurezza e rivedrò il ministro Piantedosi per potenziare il presidio. Serve con urgenza una conferenza sanitaria sulla salute mentale»
MODENA. Sono passate quasi 48 ore dalla tragedia. Il telefono squilla incessantemente, sempre in diretta sulle tv nazionali e in attesa di visite istituzionali. L’ufficio del sindaco di Modena Massimo Mezzetti ha la porta sempre aperta, si entra e si esce alla velocità degli aggiornamenti che arrivano. L’emergenza non è finita ma la piazza di domenica sera qualche sensazione nuova la lascia.
Cinquemila persone: sindaco, come è nata l’idea?
«In un primo momento, confesso, ho pensato che magari potesse essere una convocazione unanime di tutti i gruppi consiliari, proprio perché parlavamo di Modena unita. Poi ho visto che nei primi contatti fra di loro, non si mettevano d’accordo. E allora ho detto “la convoco io”. Una convocazione immediata di tutti perché è il modo di ritrovarsi come comunità che fa anche la differenza, perché di fronte a eventi tragici e drammatici che comunque turbano, mettono sotto shock, hai bisogno della reazione. Quando c’è un evento tragico, tutta la famiglia si ritrova intorno ad alcuni valori e principi fondamentali. E allora andiamo in piazza. Quando l’abbiamo indetta, francamente avevo timore che, avendolo deciso alle 10.30 per le 19 di sera, qualcuno potesse dire “No, facciamolo domani, dopodomani, serve più tempo per prepararla”. Invece queste cose vanno fatte subito perché è il momento in cui devi dare un senso, una direzione alla tua comunità».
Dopo il terrore per la tragedia, la piazza ha cambiato i suoi sentimenti?
«Resta il dolore per le vittime, la preoccupazione per quanto accaduto. Diciamo che, complessivamente, sono state poco più di 24 ore, 26, 27 ore cariche di una fatica fisica ed emotiva. L’emozione di vedere la piazza così gremita è stata grande. C’era bisogno di questo, evidentemente, perché se tanta gente è venuta in piazza è perché sentiva il bisogno di ritrovarsi. Gli applausi sono stati spontanei, liberatori, sui principi che ci accomunano. C’erano, sì, anche dei gruppetti di dissidenti, però la stragrande maggioranza aveva bisogno di quello e sentiva la necessità del confronto nella difficoltà. Questo è stato molto emozionante».
Come mai non si è arrivati ad una manifestazione unitaria con anche il centrodestra?
«I capigruppo si erano sentiti la sera prima per quella che doveva essere una soluzione che unisse tutti, ma non si è trovata l’intesa. Non partecipare, da parte di partiti come Forza Italia e Fratelli d’Italia, che nelle ore più concitate della vicenda avevano usato qui a Modena toni rispettosi per esprimere le loro posizioni, trovo sia stato un errore. Ora, per giustificare la loro assenza, stanno caricando politicamente e polemicamente i tratti del mio intervento».
Lo hanno definito un comizio.
«Non capisco proprio dove si voglia arrivare dal momento che ho sostenuto, poco fa e anche pubblicamente, l’equilibrio dei due partiti. Sì, è vero, in piazza ho sottolineato, senza fare nomi (chiaro il riferimento a Matteo Salvini e Galeazzo Bignami, ndr) che cosa penso di chi è andato sopra le righe. Ma non per contrapposizione, per verità. Tant'è vero che ieri con Meloni abbiamo parlato senza polemizzare in nessun modo, cosa che abbiamo fatto anche con il ministro Matteo Piantedosi».
Cosa la fa più arrabbiare?
«Prima il problema era lo straniero, poi lo hanno definito matto in libertà, e ora ci dicono che abbiamo minimizzato. Semmai è stato Piantedosi a venire a dire chiaramente che non è un fatto di terrorismo. Qui non c’è nessuno che minimizza, non scherziamo, semmai lo ha fatto il ministro. Io l’ho detto chiaramente: è un atto criminale che va punito per quello che è stato. Senza inventarsi nulla: dobbiamo ragionare sulla natura dell’atto e soprattutto pensare a capire che cosa dobbiamo fare se non vogliamo che si ripetano episodi di questo tipo».
Sono appena state diffuse le mail inviate nel 2021 da Salim El Koudri all’Università. “Bastardi cristiani” e altre parole gravissime, poi seguite dalle scuse. Teme che questa notizia diventi nuovo carburante per quelli che ha chiamato speculatori dell’odio?
«Ci confermeranno gli inquirenti la natura di questi documenti. Sulle indagini continuo a ripetere che prima di escludere completamente qualunque pista aspettiamo il lavoro della Procura. Non mi serve una verità comoda, mi serve la verità, qualunque essa sia. Non è che dire che escludiamo definitivamente la pista del terrorismo mi tranquillizzi di più se devo essere sincero».
Che impressione si è fatto?
«Ho sentito le dichiarazioni dell’avvocato. Ha detto che l’uomo ha chiesto una Bibbia e un prete per parlare. Nelle mail aveva chiesto scusa per la maleducazione. Nulla si può desumere per deduzione in questi casi, ma sembra una persona squilibrata. Al netto delle mail, io voglio che si facciano le indagini fino in fondo. Voglio sapere se nei device ci sono cose particolari che possono far pensare molto più concretamente ad un’altra ipotesi. Una o l’altra non toglie comunque nulla alla gravità del fatto. Questo è il punto: quando uno dice minimizzare, ma cosa minimizzo? Per me il fatto è gravissimo. Aver fatto quattro feriti gravi, e speriamo che rimangano tali e non muoiano, e aver terrorizzato la città per me è grave comunque. Terrorismo, fanatismo religioso, matto, è grave, non è che è da meno. È chiaro che ognuna delle motivazioni richiederebbe un diverso tipo di attività preventiva».
Il nostro giornale oggi ha scritto che questo non è il momento di dividere ma di unire. Senza nascondere nulla. A cominciare dal bisogno di riflettere, davvero, sul sistema di presa in carico e di monitoraggio post dimissioni di chi presenta problemi di fragilità psichica. Lei guida la Conferenza territoriale socio sanitaria, intende aprire in quella sede una discussione? E, comunque, quali sono le risposte che ritiene necessarie ed urgenti?
«Ieri lo ha detto il presidente Michele de Pascale: il tema del come curiamo le malattie mentali è centrale e attuale, tanto più nel post pandemia in cui i malati, i depressi, le malattie psichiatriche e psicologiche sono aumentate soprattutto fra i giovani. Immagino una discussione primaria, urgente e necessaria. Con il vicepresidente della conferenza territoriale socio sanitaria, il presidente Fabio Braglia, e i due direttori generali della sanità, Mattia Altini e Luca Baldino, stiamo ipotizzando, se non la prossima settimana quella immediatamente successiva, una conferenza monotematica su questo tema».
Tecnicamente avete già pensato a precauzioni ulteriori da prendere per garantire sicurezza al centro storico? Le barriere che già ci sono in occasione di manifestazioni saranno la normalità?
«Non ci rinchiuderemo in centro. Avevamo già da anni le barriere di sicurezza all’incrocio di corso Canalgrande con via Emilia. Spostarli all’inizio di corso Garibaldi significa impedire agli autobus di transitare. Non ne abbiamo ancora parlato concretamente perché queste ore sono state concitate sull’emergenza, ma rifletteremo seriamente a brevissimo su quali misure prendere, che siano dissuasori o un maggior controllo. Il centro di Modena non è pedonale, quindi va fatta una valutazione attenta. Il presidio di uomini è comunque importante, perché col rafforzamento i risultati stanno arrivando. Ieri con Piantedosi abbiamo concordato di rivederci tra poche settimane perché, al di là di questo evento, ha dato la disponibilità a ragionare di come possiamo rafforzare forme di presenza e di presidio anche del territorio dal punto di vista delle forze dell'ordine. Chissà che non sia davvero la volta buona per la questura in fascia A. È la prima volta che ha dato una disponibilità reale, ora spero che la traduca in pratica».
Pensa che quello che è accaduto possa offrire una riflessione vera sulla cittadinanza, sul rapporto con i cittadini di fede musulmana?
«Sono temi che non nascono oggi. Magari l’emotività generale può accelerare un dibattito che ormai sappiamo tutti è un dibattito esteso da tempo. Intanto stiamo parlando, nel caso specifico, di un ragazzo dove il tema della cittadinanza è del tutto improprio. Questo è nato e cresciuto in Italia, cittadino italiano, punto. Quando la proposta è di revocare la cittadinanza a chi si macchia di delitti mi pare che mettiamo in discussione qualche pilastro costituzionale. E mi pare che anche il centrodestra su questo ci sia fortunatamente una diversità di opinioni. Ovviamente io la penso in modo diametralmente opposto a chi pensa all’obiettivo della remigrazione. Questa è una follia per la tenuta dell’assetto del sistema economico italiano, potrei dire europeo addirittura».
Come si arriva ad una presa di coscienza culturale su questo?
«Lasciando perdere questa stupidaggine della remigrazione, il tema è come noi costruiamo convivenza e condivisione prima ancora che integrazione. Integrazione presuppone sempre che siamo noi a detenere un primato e che gli altri devono adeguarsi al nostro primato, alle nostre regole. Penso piuttosto a un processo di condivisione e di convivenza. Il processo culturale, perché prima di tutto è un processo culturale, che porta loro a condividere e a convivere con la nostra cultura, i nostri percorsi, la nostra storia. Noi viceversa, conviviamo con loro. Io su questo insisto tante volte, l'ho detto anche ieri, la convivenza della società si fonda su due pilastri: i diritti e i doveri. C’è una destra che chiede a loro soltanto i doveri, ma senza voler riconoscere i diritti. C'è una parte della sinistra che dice riconosciamo i diritti, ma si preoccupa meno di far rispettare le regole e i doveri».
Lei da che parte sta?
«Io credo che un approccio assennato ed equilibrato oggi debba dire: se vuoi reclamare i tuoi diritti, giustamente, e io te li devo dare, tu però devi rispettare anche i doveri e le regole; viceversa, se ti chiedo di rispettare i doveri, ti devo anche riconoscere i diritti. Però ti devo anche riconoscere il diritto di cittadinanza, cioè i diritti che abbiamo noi, anche perché altrimenti se non lo fai scatta il meccanismo anche mentale e psicologico di chi dice, pur essendo addirittura ragazzo italiano “non mi vogliono, mi escludono”. Vale per chiunque, vale per un italiano di dieci generazioni, vale per uno di seconda generazione, vale anche per uno straniero che viene qui e chiede il permesso di soggiorno. Succede anche da noi che qualcuno non si senta accettato per il solo obbligo che deve avere di rispettare le regole. Invece di parlare al ventre delle persone o suscitare o alimentare gli isterismi, bisogna che noi leggiamo il senso della piazza di ieri con lucidità ed equilibrio. Sapendo che dobbiamo cercare di lavorare, che è una cosa complicatissima, su questo concetto di diritti e di doveri».
Modena è pronta a questo ragionamento?
«Deve esserlo. Ecco perché la funzione di una classe dirigente deve essere anche questa. Ecco perché il senso anche di chiamare tutti ieri in piazza e dire le cose che ho detto, perché il compito di chi amministra una città deve essere anche quello di cercare di indicare e di formare e di far crescere quel tipo di cultura. Chi amministra la città non può essere spettatore, deve essere una guida della città. Devi cercare di fare questo ragionamento e far crescere tutte le opportunità, tutte le occasioni, tutti i luoghi in cui fai crescere questo ragionamento e questa cultura. È un processo lunghissimo, faticoso. Però bisogna farlo. Se invece l'amministratore pubblico che si preoccupa dei voti e del consenso liscia il pelo dalla parte, diciamo, della parte giusta per evitare di creare contrasti, di avere perdite di consenso, allora non fa, non svolge il suo ruolo. Per me chi sbaglia deve pagare, proprio perché nel rispetto delle regole chi sbaglia paga. Poi, come ho detto ieri in piazza e dico sempre, devi pagare la certezza della pena, che è un altro grande fronte che noi abbiamo aperto».
Lo specchio di tutto questo è la misura della criminalità. Con quali rischi?
«Il crimine, i reati non li cancelleremo mai dalla faccia della terra, ma dobbiamo preoccuparci di ridurli sempre di più, quello sì, e lo fai se cominci ad agire anche sulle radici sociali, economiche, psicologiche, psichiatriche che possono provocare la devianza fino al crimine, perché altrimenti intervenire alla punizione significa essere già alla fine, hai già perso. Devi aggredirlo prima quel processo, se vuoi evitare di arrivare a dover determinare una punizione».
Modena ha una esperienza educativa che parte da lontano sul tema della cittadinanza. È quella una delle strade?
«Quello che noi possiamo fare è creare tutte quelle opportunità e occasioni per cui sin dall'infanzia si rifletta su questo in modo attivo. E tu vedi che fra i bambini la distinzione di colore non esiste, giocano tranquilli. Ci si guasta quando cresciamo. Dobbiamo attivare sin da quell'età un processo, per questo io dico che sono processi lunghi, in cui innesti quel sentimento e quell'emotività che crescendo non porti a divisioni sociali che generano poi processi anche emulativi peggiori. Evitare la rabbia di chi non si sente accettato, evitare il sentirsi estraneo, evitare ciò che abbiamo visto ad esempio in Francia. Abbiamo l'esempio per dire quello che non dobbiamo fare e cercare di fare altro, cercare di coltivare altro. Richiede una pluralità di interventi. La pluralità degli interventi, anche qui ritorno su uno dei concetti che dico sempre, ti dimostra che a problemi complessi non puoi sottrarti da risposte complesse, perché purtroppo siamo vittime della semplificazione, che va bene se significa sburocratizzare. La funzione pedagogica della politica, il compito pedagogico della politica: non pretendiamo di dare risposte semplici, il rifiuto della complessità riporta inevitabilmente al rifiuto della democrazia, perché è la democrazia che è complessa. La democrazia è fatta di mediazione, di compromessi, di organismi che garantiscono l'equilibrio istituzionale e costituzionale. Se tutto questo diventa un problema, significa rinunciare alla democrazia».
Cosa si sente di dire ai modenesi che tutti i giorni camminano per il centro storico?
«La prima cosa che voglio dire è di non perdere la speranza, la stessa che ho nel cuore per le vittime, perché tutte possano sopravvivere. Ai modenesi dico di non farsi prendere dalla paura, dall'isterismo, dal panico. Continuate a camminare. La migliore risposta al terrore è non farsi imprigionare dal terrore, quindi continuare a vivere. Naturalmente è necessaria qualche volta una precauzione in più, ma continuare a fare la vita normale. Alla paura non si può rispondere chiudendosi e ripiegando dentro la paura, anche perché anche quello poi genera problemi psicologici e mentali. Per cui, come ho detto in piazza, la paura è la luce spenta, è la stanza buia. Noi dobbiamo accendere la luce».
* direttore della Gazzetta di Modena
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